Immaginiamoci per un attimo in un museo d’arte moderna, magari ad una delle opere più famose di Lucio Fontana “Attese. Concetto spaziale”. Sfondo rosso, un unico taglio profondo e scuro nella tela. Valore stimato? 1,200,000 – 1,600,000 dollari.

Basterebbe leggere  l’esigua descrizione di quest’ opera d’arte per esclamare con la voce di persone quasi indignate “Avrei potuto farlo anche io, non ci vuole mica l’arte!”. Aggiungiamo alla scenetta, dipinta dal pensiero,  un gruppo di turisti  giapponesi che  miracolosamente conosce l’italiano. Ed ecco che gli occhi a mandorla, rimasti nella retroguardia del gruppo, si girano a guardarci sorpresi per la nostra affermazione. Ecco, in poche parole, il profondo problema interpretativo e valutativo a cui ci espone l’arte moderna in tutte le sue forme.

Basterebbe mettere a confronto una Venere di Milo, sinuosa, spiccante femminilità (pudica ma non troppo) in tutti i suoi angoli tondeggianti e la bambola sexy di Yoshimoto per capire che l’arte moderna ci ha privati, forse completamente, di quelle categorie mentali ed estetiche che accompagnano da sempre il rapporto uomo e arte, natura e artificio. Eppure una lenta e prolungata osservazione dell’opera di Fontana ci permette di coglierne un senso altro. Il taglio, il graffio, un lampo di rabbia scaricato sulla tela, forse il ricordo di un primordiale gesto umano: graffiare la pietra per lasciare un segno disarmonico e rapido di sé, segnare e scalfire la durezza della roccia per scoprire il misterioso potere delle mani. Oppure un taglio, una ferita aperta, l’emblema del dolore, fisico e spirituale, arricchito dal sangue rosso della tela. O ancora il mistero della nascita nella lacerazione di un sesso femminile. Davanti ad un’ opera come quella di Fontana è possibile rivalutare il significato dell’arte moderna, un significato che forse non esiste e che siamo noi stessi ad attribuire a forme, gesti e immagini che ci riportano al nostro io primordiale. Picasso sosteneva che “nell’arte non si cerca ma si trova”: questa la nostra disposizione davanti ad un’ opera che paradossalmente ci ricorda quanto siamo umani, terreni, legati alle passioni, anche alle più incontrollabili. Non possiamo decidere noi cosa provare dinanzi ad un tramonto, dinanzi alla distesa del mare, dinanzi al cielo rosso di una giornata uggiosa. Allo stesso modo l’arte moderna non sceglie per noi un significato. Fontana stesso diceva “L’arte muore ma è salvata dal gesto”: a noi viene lasciata la possibilità di riconoscerci in quel gesto così banalmente sottovalutato. Un aneddoto vuole che Fontana abbia fatto i conti con l’intensità di quel taglio, dopo aver scoperto che una delle opere destinate alla sua mostra fosse stata danneggiata. Irato, Fontana la squarciò con un fendente, restando lì, davanti all’opera ferita, estasiato, immobile. Insomma l’arte moderna diventa figlia dell’intuizione e così, privati di allegorie e simboli classici, solo la nostra intuizione ci permetterà di coglierne il senso. Si potrebbe discutere sulle modalità di esecuzione, sicuramente meno impegnative di un affresco di Michelangelo ma questo non deve assolutamente limitare il nostro intuito. E se è vero che davanti ad una gamba di legno scolpita, l’unico commento possibile sarebbe “Il mio falegname con 30 mila lire la fa meglio” (Aldo Giovanni e Giacomo insegnano), sforziamoci almeno di scoprire le sensazioni che un’opera è in grado di suscitare in noi, nel nostro intimo microcosmo ed eviteremo sicuramente lo sguardo  minaccioso di un paio di occhi a mandorla in un museo metropolitano di arte moderna.

Articolo a cura di Annarita Incampo