2 ore e mezza, un’andata e ritorno Matera-Bari (ritardo considerato)

180 pagine

 

Viaggiando in auto, o meglio in treno, capita spesso di osservare il paesaggio all’esterno, oltre il vetro del finestrino, gli alberi e le case diventano <<macchie verdastre>> e <<macchie biancastre>>, così come i fiori, i muretti a secco, le persone.
Capita, alle volte, di notare qualcosa di particolarmente bello, e si prova il desiderio di far fermare il treno, di farlo rallentare, per poter osservare quella meraviglia e <<passarci vicino con lentezza>>,  conoscerla meglio.
È quello che succede al protagonista di ”Fahrenheit 451”, Montag, un pompiere che gli incendi, anziché spegnerli, li appicca.

Nello specifico Montag dà fuoco ai libri, i più grandi classici: Montag brucia le parole e i pensieri di chi <<mostra i pori sulla faccia della vita.>>.
Nel libro, scritto da Ray Bradbury nel 1953 e ambientato in un futuro distopico (ma vicinissimo alla nostra realtà), la gente si rifiuta di vedere i pori sopra citati, la gente, definita ”gente comoda”, vuole vedere solo <<volti di cera, senza pori, senza peli, inespressivi>>.
Il protagonista del romanzo fa parte di questa gente comoda, al punto da essere uno dei pompieri, quelli che <<si oppongono alla marea di coloro che vogliono rendere ogni altro infelice>> e che <<non lasciano che la corrente di tristezza e pessimismo inondi il pianeta>>.
Montag si accorge, però, grazie a un incontro che gli cambia la vita, di non essere veramente felice. Si accorge che in realtà è come addormentato, distratto, in anestesia e che la vita, vissuta in velocità, come fosse un grande classico riassunto in poche parole, non gli piace.
Comincia così a tormentarsi, a leggere libri di nascosto, quei libri che dovrebbe distruggere, mettendosi contro la società e contro la sua stessa moglie.
Bradbury ci mette davanti alla cruda realtà, la distopia diventa improvvisamente realismo, ci mostra come il ”potere”, quello che per Pasolini era <<peggiore del fascismo>> provi ad anestetizzarci, annullando l’inquietudine dell’uomo, che è forse la sua più grande qualità.
Tutti, nel mondo di Montag (e anche nel nostro) hanno risposte pronte, <<mai nessuno si pone domande>>, tranne Clarisse, una ragazza vicina di casa del protagonista, che ha il vizio di guardare le cose <<al rallentatore>> per conoscerle e ammirarle, anche più di una volta.
Quello di Bradbury è un capolavoro che ci sprona a svegliarci, a non aver paura di ”farci troppi problemi”, perchè <<ogni tanto abbiamo bisogno di essere turbati. Da quanto tempo non sei turbata davvero? Per qualcosa di importante, qualcosa che conti nella realtà?>>.
Leggendolo, vi accorgerete di trovarvi di fronte a uno dei pilastri della letteratura, che non ha niente da invidiare al molto più famoso ”1984” con cui condivide le atmosfere e il genere della distopia.

Leggetelo perché

È una sinfonia di suggestioni, soprattutto per chi, come me, studia discipline umanistiche, perché spesso queste sono viste come discipline ”inutili” e che servono solo a ”farsi i complessi mentali”. Il libro è per me la risposta alla domanda che tutti mi fanno: ”a che serve studiare lettere?”
Con le sue centottanta pagine circa, in cui però abbondano spunti di riflessione e provocazioni,  è un candidato perfetto per le nostre ”letture da treno”: potreste riuscire a leggere il romanzo tutto d’un fiato, nella tratta Matera-Bari, andata e ritorno, magari con uno dei treni serali, quelli che accumulano più ritardo, per prendervi il tempo giusto per godervelo e soprattutto, per farvi turbare da qualcosa.