Una delle maggiori fortune del vivere a Torino è quella di avere a disposizione il mercato di Porta Palazzo – quel luogo multietnico e caotico che i torinesi appuntano orgogliosamente al petto come il ‘’mercato all’aperto più grande d’Europa’’, a ragione. Incastonato in una grande piazza accanto il centro città, Porta Palazzo è da decenni il terreno fertile per tante generazioni e per tante famiglie, consapevoli di poter ritrovare tra la fitta rete di bancarelle frutta, verdura, formaggi, carne, pesce di buona qualità, ben in vista e invitanti soprattutto per i prezzi vantaggiosi e contrattabili che i commercianti lanciano ad ogni passante. Un suq trapiantato nella più calvinista e nordica delle città italiane?! Esattamente, come cantava Gianmaria Testa ne Il mercato di Porta Palazzo, dove ritrovava torinesi d’origine, meridionali, maghrebini, slavi, asiatici…

Il mio rapporto col suq sabaudo è nato tardivamente, più di un anno dopo il mio arrivo a Torino, dopo aver speso i primi mesi rifornendomi da supermercati e fruttivendoli del Centro – lo splendido eppur poco economico quartiere in cui vivo. Le zone calde delle grandi città non fanno sconti agli studenti fuorisede, offrendo loro prezzi anche molto lontani da quelli cui siamo abituati noi abitanti della Provincia meridionale, dove campi e commercianti sanno offrire la merce a prezzi ben più adatti ai magri portafogli d’uno studente. Portafogli che si riscoprono magrissimi col passare del tempo nelle lontane città del Nord, dove poteri d’acquisto più alti dei nostri risucchiano verso l’alto i prezzi.

Davanti al tirar la cinghia per studenti e famiglia, però, i mercati si offrono come ricche piante, concentrando al loro interno almeno diversi frutti succosi per consumatori e produttori di frutta e verdura.

Come già ampiamente raccontato dai reportage degli ultimi anni, all’interno della grande e media distribuzione si muovono meccanismi economici che stanno schiacciando sempre più i guadagni dei produttori – con i mostri che da questo processo possono nascere, come la diffusione del caporalato nelle campagne pugliesi – e allo stesso tempo trasferiscono sempre più potere contrattuale verso le grandi catene. Internazionale ha raccontato bene queste spirali negative in due reportage [1][2], ma tante sono le testate e i giornalisti che hanno ripreso e approfondito il tema della produzione ortofrutticola. Inviti caldi e coscienti ad una maggiore etica nel consumo, inviti a prestare maggiore attenzione alle proprie abitudini di acquisto, dove un prodotto o un fornitore piuttosto che un altro possono comportare un maggior benessere a qualche livello della filiera produttiva (più vicino ai contadini possibile, si spera).

I grandi e piccoli mercati delle nostre città riescono a coniugare una maggiore distribuzione dei profitti a prezzi più bassi o molto più bassi anche per il consumatore. Tagliando la filiera, evitando l’avida presenza delle grandi catene e della GDO – grande distribuzione organizzata – i passanti di Porta Palazzo possono acquistare frutta e verdura a costi molto più vantaggiosi, lasciando allo stesso tempo un guadagno maggiore al ragazzo al bancone, al suo fornitore, a chi ha prodotto il cibo. Una gita settimanale al mercato di un’oretta può significare l’acquisto di prodotti sufficienti per la settimana – ma occhio alla conservazione giusta e allo spreco! – risparmiando denaro e… plastica.

L’altro grande vantaggio dell’acquisto dai mercati è difatti quello di poter fare sempre meno affidamento su confezioni e involucri in plastica, spesso usati e abusati nei supermercati, nonostante un mondo con una sempre maggiore urgenza di risparmio dei materiali, di lotta allo spreco e al iperconsumo. La recente diatriba sui sacchetti a pagamento nei negozi ha sollevato solo lontanamente il discorso sul consumo di plastica nella distribuzione, laddove invece potrebbe essere il punto di forza per un’educazione al consumo e alla sostenibilità delle proprie abitudini. L’abuso di confezioni utilizzate dai supermercati è spesso inutile, se non dannoso nei casi in cui si pone la plastica a diretto contatto col cibo.

Quindi comprare al mercato, prima di ogni altra cosa, permette di consumare eticamente, di dare una grossa mano ai produttori e all’ambiente e, per rendere il tutto ancor più conveniente, con prezzi più bassi e vantaggiosi per i budget ristretti d’un fuorisede. E poi, quale modo migliore per rendere un po’ più propria la città, se non quello di unirsi ai suoi abitanti e percorrere i corridoi tra le bancarelle, mischiandosi a luoghi e abitudini di decenni più antiche di noi? Perché, come cantava Gianmaria Testa,

“Al mercato di Porta Palazzo fanno la fila, fanno la fila 
le femmine da ragazzo fanno la fila, fanno l’andazzo.”

 

Consigli per la spesa:

 

  • Girate tutto il mercato, senza fermarvi al primo venditore. I mercati offrono un’enorme varietà di prezzi e prodotti, da quelli dei coltivatori diretti a quelli esotici. Dietro l’angolo potreste trovare l’occasione perfetta per voi.
  • Parlate coi venditori. Informatevi su stagionalità, provenienza, modi di consumare il cibo.
  • Portate con voi buste e sacchetti per risparmiare ancor di più sul consumo dei materiali.
  • Organizzatevi in gruppo. Acquistare insieme quantità maggiori significa poter risparmiare ancora di più. Ma occhio a non buttare via niente!

 

 

 

 

[1] https://www.internazionale.it/reportage/fabio-ciconte/2017/02/27/supermercati-inganno-sotto-costo

[2] https://www.internazionale.it/reportage/fabio-ciconte/2017/03/06/supermercato-industria