Immaginate di nascere su una nave. E su quella stessa nave crescere, passarci tutti i giorni della vostra vita, dal più bello al più brutto, dal più felice al più noioso. Trecentosessantacinque giorni all’anno su una nave, a conoscere tutti i porti del mondo, e i loro odori, e a conoscere tutte le persone del mondo, e le loro storie. E immaginatevi di non conoscere il mondo, se non per via delle storie raccontate dalla gente.

Questa è la vita di Danny Boodman T.D. Lemon, per gli amici, Novecento.
Novecento è un pianista, suona ogni sera per i passeggeri del Virginian, un piroscafo che negli anni fra la prima e la seconda guerra mondiale viaggia tra Europa e America accogliendo migliaia e migliaia di persone.
La sua vita inizia e finisce lì, su quella nave, non va oltre, e le sue emozioni iniziano e finiscono lì, sugli 88 tasti del pianoforte.

Baricco, autore del monologo, ci fa conoscere Novecento attraverso gli occhi di un trombettista che suonerà con lui sul Virginian per alcuni anni, e che rimane stupito da come Novecento riesca a raccontare <<con assoluta esattezza l’odore che c’è in Bertham Street, d’estate, quando ha appena smesso di piovere>> senza esserci mai stato. Il pianista, infatti, non ha mai visto la terra, o meglio, non ha mai visto l’oceano dalla terra, ma sempre affacciato dalla nave. Tutte le emozioni e i desideri che Novecento sente sono le emozioni e i desideri degli altri.

Per quanto riguarda i suoi, sono tutti racchiusi lì, in quella nave e in quel pianoforte, e non sono più di quelli <<che ci potevano stare tra una prua e una poppa>>, questi sono i desideri che, per Novecento <<si possono vivere>> perchè iniziano e finiscono, come i tasti di un pianoforte, e tu ce li hai sotto controllo, senza rischi e senza paura dell’infinito che c’è fuori dalla nave, ai piedi della scaletta che porta alla terra ferma:<<Anche solo le strade, ce n’è a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una, a scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire, tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’è. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…>>.

Le parole di Novecento ricordano quelle di Brunori Sas, che nella sua ”la verità”, ci ricorda che <<passi tutto il giorno a disegnare quella barchetta ferma in mezzo al mare e non ti butti mai>> perchè il mare e il mondo, così infiniti fanno paura, buttarsi in mezzo all’infinità del mondo, fa paura, è molto più facile vivere in <<questo rischio calcolato>> che però, purtroppo <<toglie il sapore pure al cioccolato>>, rimandendo a guardare il mare dalla prua della nave, senza mai andare oltre.

Leggetelo perché

È un monologo scritto per essere interpretato a teatro, scorre velocissimo, e ci fa conoscere un personaggio, Novecento, che in fondo rappresenta un po’ tutti noi, timorosi dell’infinito che c’è fuori e contenti di quello che già conosciamo, la nostra nave e il nostro pianoforte.
Quando sarete in treno, finito il libro, in mezzo alle urla dei ragazzini di ritorno da scuola e alle chiacchiere delle vecchiette, immaginate di essere nati e di aver vissuto tutta la vostra vita su quel treno (su un treno della FAL deve essere un vero incubo), come novecento. Ora scendete. Che effetto fa avere davanti l’infinito?