È umano, più che tipicamente italiano, dare importanza a qualcosa dopo che si sia fatto male qualcuno. Ed è proprio in questo modo che si è consumata l’ultima triste pagina di cronaca/politica del nostro Paese.

Una tragedia in due atti, dove nel primo, il cattivo per alcuni, l’eroe per altri, ha sparato su un gruppo di migranti in strenua difesa della propria Patria, mentre nel secondo, i luminari della politica hanno brillantemente interpretato un più che tradizionale scarico delle responsabilità. Le solite messe in scena con più fischi che applausi, dove parte del pubblico lascia la sala indignato, mentre altri si sbracciano per l’autografo del proprio attore preferito.

Lasciando il parquet dei teatri e tornando al fango di un’Italia umida, pochissimo c’è da dire su tale Luca Traini, il criminale di Macerata che dire fascista è riduttivo, mentre qualche riflessione in più merita la performance mediatica dei nostri esponenti politici.

Per dircela in sintesi, nei loro post su facebook, Renzi dice di non strumentalizzare l’accaduto, ma ci tiene a specificare il passato del criminale come candidato tra le fila della Lega Nord; Salvini dice che la violenza è sempre da condannare, ma è l’immigrazione incontrollata che porta allo scontro sociale; La Meloni dice che è un crimine senza giustificazione, ma è colpa della Sinistra se l’Italia si è ridotta così; Pietro Grasso, infine (ma solo per non prolungare troppo la lista), apre il suo messaggio con “Se fomenti il razzismo e il fascismo, qualcuno che spara per strada rischi di trovarlo.”.

Ora, queste misere dichiarazioni evidenziano uno scenario politico che sublima l’arte del “dare la colpa” e subordina la capacità di trovare soluzioni.

Soluzioni che ora più che mai vanno trovate e che ora più che mai non possono corrispondere a un comodo e sempreverde invito alla repressione del razzismo, al preservare la memoria storica e all’arginare il populismo perché… perché sembra stupido anche spiegarlo il perché, essendo lampante l’inutilità ai nostri giorni di ciò che è stato appena citato.

Il solo fatto che si parli di populismo, del dilagare del nazionalismo e di una non più timida riemersione del sentimento fascista contiene in sé l’amarezza di una realtà che o non si sa o non si vuole capire: abbiamo fallito tutti. Abbiamo fallito noi, le Giornate della Memoria, la Legge Scelba, la Legge Fiano, i messaggi istituzionali, le marce della pace, la retorica e tutti quei manifesti di inutilità che nulla valgono se non sorretti in primo luogo da un profondo intervento in un’Istruzione che evidentemente non riesce più ad assolvere al suo compito di custode della memoria storica, e in secondo luogo da investimenti in politiche sociali, culturali, artistiche e sportive, attraverso cui la bellezza e la solidarietà possano diffondersi assieme a tutti gli altri valori costitutivi di uno Stato Civile.

Se davvero la Storia a qualcosa serve, questa dovrebbe ricordarci che fenomeni come quello di Macerata nascono da un cocktail letale di inefficienza delle politiche sociali e delle ventate populistiche di chi cavalca l’onda del dissenso popolare, proponendo spesso e volentieri di cancellare i problemi partendo dalle conseguenze e non dalle cause.

Per questo Renzi, Salvini, Meloni, Grasso & co. Hanno tutti ragione e hanno tutti torto. Ma, volenti o nolenti, restano stabili come pezzi di ghiaccio nel gelo delle loro dichiarazioni, dimostrandosi, in questo caso, il volto di una politica che sembra aver perso la sua primordiale natura: quella del compromesso, della nobile arte del ricercare la verità nel mezzo, tra la propria idea e quella dell’avversario.

Marco Lorusso

Marco Lorusso

Classe '97, studente di Scienze Politiche.