Durata: Un’andata e ritorno Altamura-Bari

Pagine: 130

<<Un libro abominevole, che dà gli incubi, che fa ammalare>>: così lo descrive uno dei personaggi del prologo in forma di dialogo che lo stesso Victor Hugo scrisse per il suo romanzo ”L’ultimo giorno di un condannato a morte”.
E in effetti, un po’ di incubi, questo libro li dà. Lo scrittore francese ci mette nei panni di uomo di cui non sappiamo né il nome e né, soprattutto, il crimine per cui è stato condannato, sappiamo solo che tra sei settimane morirà.
Inizia così una lenta e dolorosa agonia, col pensiero frustrante e angoscioso, fisso nella mente del protagonista, del patibolo e della lama di quella maledetta ghigliottina che penderà sulla sua testa.

Come abbiamo già detto, è un romanzo che dà gli incubi, e fa bene a darli.
Hugo si impone coraggiosamente contro la pena di morte, in un paese e in un periodo, la Francia dell’ottocento, in cui le teste volavano a destra e a manca con troppa facilità.
Nel romanzo, pochissime pagine sono però dedicate a parlare della pena di morte, quello di Hugo non è un saggio contro la ghigliottina, ma un documentario della vera e cruda realtà.
Leggiamo dal punto di vista del condannato, il condannato siamo noi, proviamo le sue stesse paure e la sua stessa angoscia, il dolore del non rivedere più sua figlia, il terrore di avere un solo pensiero fisso nella testa, la ghigliottina. Lo seguiamo giorno dopo giorno, come in un diario leggiamo le sue riflessioni man mano che il fatidico giorno si avvicina.

Il protagonista, come obiettano i personaggi del prologo <<ha un crimine e nessun rimorso>>. Hugo infatti non vuole mostrarci i rimorsi di un criminale in procinto di morire per un crimine da lui commesso, vuole mostrarci semplicemente l’uomo.
Perchè è questo che sono i condannati a morte, tutti, anche quelli che uccidono, stuprano, violentano, sono tutti uomini.
Quando leggiamo il romanzo, non sappiamo per quale reato il prigioniero sia stato condannato, l’unica cosa che sappiamo è che riusciamo a immedesimarci con lui, a provare empatia per lui, a desiderare fino alla fine che la ghigliottina non arrivi mai.
Eppure, quell’uomo per e con cui stiamo soffrendo, è un criminale, qualcuno che ha fatto del male, che ha rubato o chissà che.
Hugo ci mette davanti a una questione delicata e se vogliamo, paradossale: ci si può immedisimare, si può arrivare a tifare per uno dei ”cattivi”? Un criminale, uno che ha fatto qualcosa che non va fatto?
Leggendo le pagine di questo breve romanzo, pare proprio di sì, anzi, il sentirsi vicini al protagonista risulta quasi automatico, come se dentro sentissimo che sotto sotto, anche lui, è un uomo come noi.

Leggetelo perchè

Giorgio Gaber cantava <<Nasce fragile e incerto, poi quando ha la ragione, si nutre di soprusi e di violenza e vive e non sa il perché della sua esistenza […] eppure sembra un uomo, vive come un uomo, soffre come un uomo, è un uomo.>>.
Trovandovi davanti ai pensieri e le paure di un condannato a morte, capirete quanto sia facile e naturale riuscire a dire, seppur si tratti di un criminale con una condanna sulle spalle, ”è un uomo”.