A cinquant’anni dalle contestazioni giovanili sessantottine, determinanti formidabili conquiste elettorali, fra cui la famigerata estensione del voto ai diciottenni, votata dalla Camera il 7 Marzo del 1975, la situazione sembra essersi radicalmente rovesciata: dinanzi ad un deserto e ad una legge elettorale di ostica interpretazione, la Generazione Zero, quella nata nell’anno di inizio del secolo e del millennio, il 2000, si avvicina alle elezioni politiche del 4 Marzo in una condizione di totale disorientamento ed inerzia.

In un suo discorso, il Presidente del Consiglio in carica in quegli anni, Aldo Moro, affermava: “La politica dovrà riuscire a parlare con i ragazzi di 18 anni, rispettando il patrimonio di verità e di speranza che questa età creativa porta con sé”.

I debuttanti al primo voto alle amministrative del 1975 furono ben tre milioni.

Alla vigilia di un nuovo voto, con qualche risultato sorprendente emerso da un’inchiesta online condotta dall’Espresso, il paternalismo appare determinante e la famiglia torna ad essere la principale fonte di informazione e di influenza sui Millenials.

Le priorità di un piano politico ideale sembrano essere la crescita economica,la lotta alla corruzione e maggiori risorse all’istruzione piuttosto che la questioni legate a Ius Soli, diritti civili e chiusura delle frontiere, punti nevralgici su cui più schieramenti hanno fondato la propria campagna elettorale al fine di accaparrarsi il voto dei neo-maggiorenni stessi. Emblema di un feeling mancante fra giovani e politica, e di uno scarso entusiasmo sulle preferenze elettorali, fattori determinanti la riprovevole tentazione di astenersi dal voto, pur trattandosi della prima volta.

I diciottenni del 2018 condividono frustrazioni e debolezze, oscillando fra una condizione di ribellione che li indurrebbe a congedarsi dalla generazione precedente ed una di svogliatezza ed apatia, permeati dalla convinzione che le opportunità di elevare il proprio status sociale siano davvero poche; “nessuna possibilità di salire e molte probabilità di scendere”, mantra dell’angoscia che la società italiana riflette sul volto dei nuovi elettori.

Si avvicina alle urne la generazione dell’11 Settembre, dei terremoti del 2009 e 2016, che ha visto le carneficine degli attentati terroristici di Londra,Parigi, Nizza e Barcellona, vissuto l’arrivo dell’Euro e il fallimento del sogno europeo sancito dalla Brexit, l’insediamento alla Casa Bianca di Trump e Obama, il trionfo italiano ai Mondiali di Germania del 2006 e la catastrofica eliminazione dalla fase finale per la prima volta dopo sessant’anni. La coesistenza di due Pontefici fino all’Isis, le primavere arabe, le guerre in Afghanistan e in Iraq.

Una generazione che più delle altre ha visto l’imperversare dell’odio,talvolta agevolato dalla politica stessa: che sia questo il fattore determinate della disaffezione degli Zero e della loro sfiducia nei confronti della “cosa pubblica”?

Oppure è l’istituzione scolastica, luogo del primo contatto fra giovani ed istituzioni, a far apparire la politica, agli occhi degli studenti, sbagliata, pericolosa ed inutile? Sembra proprio così: alcuni studenti di un Liceo Scientifico di Trento confidano: “I professori ci dicono che dobbiamo prima pensare a noi stessi e a impegnarci nella realizzazione della carriera professionale”, “Ci sono professori che dicono che i politici fanno tutti schifo”, e via dicendo. Dichiarazioni che fanno dedurre come la parola “politica” sia bandita da molte realtà scolastiche.

Occorre tuttavia sottolineare come lo spirito civico dei giovani resti, nonostante tutto, ragguardevole. La possibilità di avvicinamento ad un contesto grossomodo “politico” e ad un percorso di cittadinanza attiva è infatti garantita dalla presenza di organismi istituzionali su base provinciale o regionale, quali le Consulte Provinciali ed i Parlamenti Regionali degli studenti. La finalità di tali progetti, promossi dagli stessi Consigli Regionali, è proprio quella di colmare la distanza sempre più profonda che separa i giovani dalle istituzioni, eliminare ogni forma di paternalismo, dare voce ad un senso di consapevolezza e valorizzare quel “patrimonio di verità e di speranza che l’età giovanile porta con sé” di cui Moro parlava.

Parliamo ora in termini statistici: secondo un indagine condotta fra 1500 neo-diciottenni dal settimanale L’Espresso, il 40.3 % di loro non andrà alle urne, mentre il 59.7% è convinto che sia necessario per migliorare il Paese. 

Una tendenza comune a tutte le città in cui è stata condotta l’inchiesta, fatta eccezione per L’Aquila dove ben il 70% dei Millenials aventi diritto non andrà a votare, memore di una ricostruzione post-terremoto ancora incompiuta, segno che l’Italia non può cambiare; uno su due dichiara di non gradire alcun leader politico o di avere intenzione di fare scheda bianca.

 

 

 

Quanto ai partiti, il PD raccoglie il 28.2 % delle preferenze, il Movimento 5 Stelle il 19.6% . Seguono Forza Italia (13,5%), Lega Nord (7,5%) e Fratelli d’Italia (6.4%). Tra i capi di partito, Matteo Renzi, divide i nati nel 2000 in due: il 13,8 % lo apprezza(complici i €500 del Bonus Cultura erogato ai neo-maggiorenni del biennio precedente) al fronte del 24.4% che lo ritiene il peggior leader d’Italia(notevole il contributo apportato dalla Buona Scuola, riforma ritenuta fallimentare dagli studenti), subito dopo Matteo Salvini. Un Silvio Berlusconi riportato in auge è il secondo per gradimento con l’11.6%.

 

 

 

Nativi di un’era digitale ed eternamente interconnessi, dicono di informarsi riguardo alle lezioni in rete ed i politici parlano sempre più il loro linguaggio attraverso Tweet, post su Facebook e Instagram stories, ma si sentono politicamente influenzati più dalla famiglia; poco conta il giro di amici, determinante solo nel 9.8% dei casi.

La percezione che la Generazione Zero ha della politica varia da una realtà regionale all’altra: nelle grandi città del Settentrione la “cosa pubblica” è tutt’altro che sentita e radicata nella mentalità dei Millenials, maggiormente interessati alla realizzazione personale che alla politica, scuola docet; al Sud invece l’impegno “istituzionale” nei suddetti parlamentini studenteschi rappresenta per alcuni uno sbocco importante.

 

 

Così la Generazione Zero si avvicina al debutto sulla scena della democrazia fra paternalismo, disaffezione ed un’esigua riserva di consapevolezza civica.