Quante volte ci siamo battuti nella vita per acchiappare quelle lettere che plasmano le nuvole dei nostri sogni, cirrocumuli immensi dove sviluppare quelle file di parole che toccano le corde più recondite della nostra anima? La tecnologia risponde per noi: poche volte; perché il nostro corpo è in un’altalenante atrofia, come anestetizzato dalle continue dosi ipnotiche e giornaliere di quella droga, a tutti noi comune: il consumismo.

Possedere troppe cose o comprarne tante altre ci fa smarrire la via di casa, non sappiamo più incanalare la strada che dia valore ad una singola cosa, film, libro, canzone o ballo che sia. A volte c’è bisogno che accada qualcosa di veramente spaventoso o apocalittico come il regime nazista, ovvero qualcosa che ci smuova.

Nel film “storia di una ladra di libri” riappare, al contrario la consapevolezza che un libro vale tutto l’oro del mondo, un semplice libro cartaceo, che sia palpabile – oggi non sappiamo più cosa sia analogico poiché tutto è avvolto nella trama del digitale – come accade quando l’ebreo, ospitato dalla famiglia adottiva di Lisel, le regala per natale un libro con le pagine bianche e “perché ci devi riempire con le tue parole quelle pagine” è la ragione di quel gesto inatteso.

Ecco, le tasche dell’universo si devono quindi trasformare in una ragionevole iterazione dello scrivere la nostra storia su quei fogli bianchi, girare il nostro film sulla pellicola della nostra esistenza e avvertire un giorno lontano (come dopo decenni e decenni si accorge Lizel ormai novantenne) il brivido dell’essere stati vivi in quelle circostanze così immeritate, ma così date a noi come la nascita di un piccolo bambino, sature di quel grido impellente che accompagna e sostiene ogni nuovo essere o prima esistenza che si accinga a scalfire con un graffietto la cute della vita.

Quindi se rivalutiamo il perché, possiamo capire realmente quei fregi di perifrasi che suonano nel nostro orecchio come un’armonia familiare, come l’osservare un quadro che ci sta dinanzi e ci stupisce per il cuore e gli occhi che ci ha messo l’artista nel dipingerlo.

Eppure, tra quelle poche persone inusitate ed originali, c’è la piccola Lizel con la sua brama di svelare il vero in ciò che è nuovo e all’apparenza misterioso, che grazie al padre adottivo, molto accogliente e complice nella sua voglia di imparare a leggere, scopre nelle lettere dell’alfabeto una solenne iniziazione alla lettura o meglio al mondo seminascosto della poesia (nessuno è esente dal confronto con il “magico” abecedario).

Quei cumuli di lettere diventano parole, poi quelle carcasse di parole diventano frasi e poi quel mucchio di proposizioni si modellano in parallelepipedi rilegati, fatti di fogli ammassati tra loro compressi fino al vuoto d’aria, e quindi, infine, in libri. Perché una ragazzina nell’estrema povertà in cui vigeva la sua famiglia in un clima dove il nazismo era a fare da padrone, rubava libri? Direi una menzogna se fosse solo la vena di imparare il non saputo da parte di Lizel.

C’è di più di un significato superficiale. C’è l’amore sano e fraterno di Lizel verso Max, l’ebreo protetto nello scantinato famigliare. Egli è in condizioni pessime, è malato. Vive giorno e notte senza dischiudere un occhio. Tutti hanno seriamente timore, che possa non ravvisare più la luce del sole al mattino o il sorgere della luna crescente la sera. In Lizel il cuore pulsa più celere perché conscio di dover stare in quel posto per contribuire alla sua ripresa nel miglior modo possibile.

E come aiutarlo? L’unica alternativa di salvezza per Max è dagli occhi di Lizel quella di “prendere in prestito” dei libri dalla signora, ove sovente Lizel portava la biancheria che sua madre adottiva aveva con minuziosa cura lavato e stirato, e leggere ad alta voce quei mosaici di parole rappresentanti storie, in quelle notti sul filo tra la vita e la morte.

Quando il “perché” muove l’amore verso l’altro o una persona a noi cara, mettiamo al servizio di ella tutto quello che è nelle nostre capacità. Quei doni che abbiamo ricevuto nella forma di talento curano molto meglio di tutti i farmaci del mondo. Infatti grazie a tutto questo alone di leggiadra tenerezza, o meglio abbraccio caloroso di parole, che Max si riprende totalmente, ritorna alla vita e si risveglia con una coscienza nuova.

È giunto tutt’oggi, mi sembra, l’istanza di gettare nel fiume la nostra corazza piena di orgoglio da una sponda e timidezza dall’altra, e ritornare a guardarci nello specchio dell’anima di un altro, nudi così come siamo perché soltanto così possiamo dare un senso alle cose, alle nostre abilità in primis, strumenti al servizio di tutte quelle vite che avranno la fortuna di incontrarci lungo il cammino.