Il fatidico e tanto atteso 4 di Marzo è ormai alle spalle: il popolo sovrano ha votato, ora è tempo per parlare di risultati: le elezioni politiche italiane del 2018 hanno sancito l’inesorabile ascesa del Movimento 5 stelle che con 10 milioni e 700 mila voti si aggiudica il 32% dei consensi, la sorprendente affermazione della Lega che passa dal 4% ottenuto nel 2013 al 18%, staccando Forza Italia nella coalizione di centro-destra, ma soprattutto, il collasso di un centro-sinistra inerte, con il Partito Democratico che raggiunge il minimo storico nella storia repubblicana.

Il categorico “no” dell’elettorato italiano ad un Renzi-bis stravolge radicalmente la composizione strutturale di Camera e Senato, sebbene nessuno dei “vincitori” di queste elezioni abbia effettivamente raggiunto la maggioranza utile, con il fantasma dell’ingovernabilità che aleggia nuovamente sul nostro Paese.

Un dato è certo: in assenza di un vero e proprio vincitore, il vinto è certamente il Partito Democratico; il fallimentare progetto di Matteo Renzi si traduce in un impensabile passaggio dal 40% ottenuto alle Europee del 2014 ad un 19% che scuote il partito di centro-sinistra, indiscusso protagonista dell’ultima legislatura.

A seguito di un risultato elettorale avverso, come ormai ci ha abituati, Matteo Renzi dichiara fermamente di voler rassegnare le dimissioni dalla segreteria del Partito Democratico, ma solo “al termine della fase di insediamento del nuovo Parlamento e la formazione del nuovo governo”, termine temporale ancora ignoto data la precarietà della situazione politica attuale, in altre parole, chissà quando.

Le dichiarazioni rilasciate dal segretario del Partito Democratico all’indomani dell’Election day fanno riaffiorare alla memoria degli italiani le dimissioni dalla Presidenza del Consiglio di un Renzi commosso, che lascia Palazzo Chigi in seguito alla bocciatura della riforma costituzionale sottoposta ai cittadini italiani con il referendum del 4 Dicembre 2016, che come rivendica due anni dopo, avrebbe potuto garantire la governabilità ai “vincitori” ai giorni nostri.

Nuovamente sconfitto, Renzi si dimette, anche se ci sono ignote le ragioni della sua manovra: perché prorogare l’effettività delle dimissioni? Ci è lecito parlare di dimissioni fake?

In parole povere, Renzi annuncia che lascerà la segreteria del PD, ma nel frattempo rimarrà alla guida del partito, condizionando le posizioni che l’organizzazione assumerà nel prossimo passaggio istituzionale e dunque, nella formazione del nuovo governo.

Sullo sfondo di questa astuta manovra si avverte la possibilità che una parte del PD possa accettare in varie forme un possibile un dialogo con il Movimento 5 Stelle, posizione fortemente contrastante con le parole di Renzi, fermamente convinto di non voler instaurare alleanze con estremisti ed anti-europeisti, ma di costituire un’opposizione solida e responsabile.

Dalla volontà di tornare a ricoprire il ruolo di parlamentare “semplice” e a far politica dai “piani bassi”, con il 44% dei consensi ottenuto grazie ai “fedelissimi” nel collegio uninominale di Firenze, si evince un possibile ritorno di Matteo Renzi sulla scena della “politica che conta”, a seguito di un periodo all’opposizione. Non è da escludere, infatti, al termine di un accidentato percorso istituzionale, in assenza di maggioranze certe, l’apertura di altri scenari che vedranno il Partito Democratico tornare ad esercitare un ruolo più rilevante.

Ancora una volta, dunque, la partita politica di Matteo Renzi è tutt’altro che chiusa: le sconfitte in realtà non lo danneggiano, e da abile demagogo, esponente di una sinistra liberale e borghese da rifondare,servendosi della sua ottima retorica, non si preclude la possibilità di un ritorno ai “piani alti”.

Eppure, a distanza di pochi giorni dalle parole pronunciate presso la sede del Nazareno, il fatidico triplice fischio sembra essere finalmente arrivato: Lunedì la direzione del Pd prenderà atto delle dimissioni operative di Matteo Renzi da segretario e aprirà il percorso verso l’assemblea nazionale straordinaria di Aprile, tendenzialmente a seguito delle consultazioni del presidente della Repubblica. La notizia inaspettata è arrivata dal presidente del Partito Democratico Matteo Orfini, che con un comunicato diramato nella giornata di ieri assicura a noi scettici la formalità delle dimissioni rassegnate da Renzi in data 5 di Marzo. Precisazione che stravolge radicalmente lo scenario apertosi nei giorni precedenti: in questo caso infatti, non sarebbe Renzi in prima persona a gestire la fase delle consultazioni e delle trattative per la formazione del nuovo governo, come ci era parso di capire dalle sue dichiarazioni, bensì il vicesegretario Maurizio Martina, a cui viene momentaneamente affidata la guida del partito.

Una situazione più che paradossale: in un un alone di instabilità che avvolge il Partito Democratico, l’ipotesi avanzata dal governatore Michele Emiliano di un accordo con i Pentastellati rimane tuttavia un’utopia, prescindendo da chi sarà il portabandiera del partito al Quirinale.