Il 4 marzo è passato e con esso sono cambiate molte cose, soprattutto per il Partito Democratico. Con il suo 18,7% (risultato prevedibile quanto negativo), il PD non avrà più un ruolo da protagonista in Parlamento e si trova in un momento di grave crisi che potrà superare solo con una profonda rifondazione.

È da lunedì che, tra i corridoi del Nazareno, si ripete di tornare all’opposizione dopo cinque anni di governo con i vari Letta, Renzi e Gentiloni. Se l’esperienza Letta è stata ormai liquidata, non si può dire altrettanto di quella Renzi-Gentiloni. Questi ultimi per mesi hanno rivendicato i risultati positivi dei loro governi provando ad attirare quella parte consistente di indecisi che, però, gli ha voltato le spalle e nella maggior parte dei casi si è rivolta al Movimento 5 Stelle. Forse per la classe dirigente del PD, ma anche per la sinistra tutta, servirebbe riflettere veramente sul risultato di domenica con il quale, secondo Luigi Di Maio, vincitore morale di queste elezioni, si è aperta la Terza Repubblica.

Se Di Maio e il M5S sono i vincitori morali però colui che veramente ha trionfato è Matteo Salvini. Per la prima volta a muovere i fili della coalizione di centrodestra non sarà Berlusconi ma la Lega con un leader più attivo che mai.

È vero che il centrodestra è la prima coalizione (37%), è vero che i Cinque Stelle sono il primo partito (32,5%) ma è anche vero che in questa legislatura l’ago della bilancia sarà il PD. Salvini non ha alcuna intenzione di rompere l’alleanza con Forza Italia con cui governa in molte realtà locali (sono stati appena riconfermati in Lombardia, con il successo di Fontana su Giorgio Gori) quindi l’accordo con Di Maio sembra non avere grandi chance e l’unica alleanza possibile è quella con il centrosinistra. Per il discorso appena fatto, è ovvio che anche per il Movimento 5 Stelle l’unico interlocutore è il PD.

Renzi però, il giorno delle sue “non dimissioni”, ha chiuso violentemente la porta in faccia ai «governi degli estremisti» annunciando che nei prossimi cinque anni il centrosinistra sarà all’opposizione. Non sembra della stessa opinione il governatore della Puglia nonché suo più acceso avversario interno Michele Emiliano che nelle ultime ore sta spingendo per un governo pentastellato, provando ad allontanare lo spauracchio di Salvini a Palazzo Chigi.

Difficilmente il segretario uscente sarà presente alle consultazioni con il capo dello stato che, probabilmente, dovrà parlare con il vicesegretario Martina e con il presidente Orfini. Assodato, come sembra fino ad ora, il ruolo marginale dei democratici in questa legislatura, si deve pensare al futuro del partito che dipenderà ovviamente dal suo prossimo segretario.

L’indiziato numero uno è il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni apprezzato dentro e fuori il partito. Al momento l’outsider principale è l’appena riconfermato presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, l’unico vincitore del PD a queste elezioni e, forse, l’unico in grado di ricompattare il frammentato panorama della sinistra italiana. Tra smentite e supposizioni ci sono poi il ministro dello sviluppo economico Calenda e Gianni Cuperlo, da qualche giorno tornato alla carica.

In un momento di stallo come quello attuale (che potrebbe durare anche per molto tempo) quindi sembra necessario trovare prima una stabilità del centrosinistra. Questa arriverà solo con il congresso programmato per il mese di aprile attraverso il quale il nuovo segretario avrà tutti gli strumenti per avviare la rinascita del Partito Democratico, il vero sconfitto di queste elezioni.