“La Cina è una civiltà che fa finta di essere una nazione”. Con queste parole il politologo statunitense Lucian Pye descriveva negli anni ’70 del secolo scorso quel colosso economico, militare e demografico che oggi conosciamo come Cina. Il grande sinologo americano, nato proprio in Cina nel 1921, restituiva un’immagine del Paese non molto dissimile da quella che ci offre la storia contemporanea. La sola parola “Cina” evoca nel sentire comune un’idea di grandezza, in termini di popolazione e non solo, che non ha eguali sul pianeta. Inoltre da più di un decennio ormai, diversi analisti concordano sul fatto che l’attuale prima potenza economica e militare al mondo, gli Stati Uniti d’America, verrà presto scalzata dal gigante cinese. Valutare se questa affermazione sia vera o falsa è un’operazione abbastanza complessa.

Il fatto più evidente, però,  leggendo i quotidiani europei e italiani, è che se la Cina cresce, cambia, conquista (e acquista) il mondo, lo fa nella nostra quasi totale indifferenza. Ѐ molto raro, infatti, leggere articoli che si occupino di dinamiche interne alla Cina (come ad esempio la repressione della minoranza uiguira nello stato dello Xinjiang, la drammatica situazione dei diritti umani e dei lavoratori nel Paese, il confronto con l’India per il file Tibet-Nepal). Negli ultimi tempi, poi, quello che era una volta il Celeste Impero ha trovato spazio nella stampa nostrana in relazione al caldo scenario che vede confrontarsi gli Stati Uniti d’America e il bizzarro vicino nord-coreano Kim Jong-Un.

Tuttavia un fatto nuovo e inaspettato ha fatto riaccendere i riflettori su Pechino: l’Assemblea Nazionale del Popolo, quello che si può considerare il parlamento cinese, ha approvato una modifica della costituzione che permette al presidente in carica Xi Jinping di ricandidarsi oltre il secondo mandato, consegnandogli le chiavi della presidenza a vita. La decisione, salutata dai media internazionali come “l’avvento del nuovo Mao Tse-Tung“, rappresenta un passaggio senza precedenti nella storia del Paese. Sebbene l’accostamento al vecchio leader sia abbastanza improprio (in quanto relativo ad un contesto storico ben diverso), quella avvenuta in Cina è una svolta autoritaria che rischia di accelerare alcuni processi già in atto nella regione, guidando il “regime comunista con una politica statal-capitalista”, verso una nuova fase.

Il rivoluzionario, politico, filosofo e dittatore cinese Mao Tse-Tung

“Mentre il mondo politico italiano riflette sul futuro Governo, in pochi hanno evidenziato quanto sia profonda la svolta impressa dal Presidente della Repubblica Popolare Cinese. Ho avuto il privilegio di conoscere Xi Jinping in più di una circostanza. Quello che sta accadendo in Cina è molto interessante: nella visione istituzionale di quel Paese non bastano più dieci anni per affermare una visione di lungo periodo“. A fare queste osservazioni non è un appartenente ai circoli maoisti-leninisti che ancora si vedono, sporadici, nella nostra penisola.  Queste righe sono scritte da Matteo Renzi nella sua e-news. L’ex-rottamatore, che della profondità strategica ha fatto la propria forza e la propria rovina, fa una valutazione molto interessante: la Cina guarda al futuro, e per farlo si affida all’uomo forte che l’ha guidata nell’ultimo periodo concedendogli immensi poteri. Xi Jinping, appunto. “La leadership progredisce con i tempi”, è stata la spiegazione dell’importanza dell’emendamento da parte del capo della Commissione Affari Legislativi cinese, Shen Chunyao, dopo l’approvazione del disegno di modifica costituzionale. Programmare a lungo termine: questo è il nuovo corso cinese.

Ma cosa c’è nel futuro della Cina, specialmente per ciò che riguarda la sua politica estera?

Sin da quanto il Paese ha raggiunto gli attuali confini territoriali, Pechino ha inaugurato una fase di ripiegamento e di “autodifesa”, rinunciando di fatto ad ogni forma di espansionismo. Questo immobilismo, tuttavia, è un atteggiamento di facciata. Nell’illusoria quiete, infatti, la Cina conduce una vera e propria guerra di posizione per la propria esistenza. Si tratta di una confronto che si gioca sia sul piano geo-strategico che commerciale. In quest’ultimo ambito, Pechino sta letteralmente acquistando pezzi di Africa, ritenuta il campo su cui si giocherà la partita geopolitica del futuro. Nel continente nero, infatti, i cinesi stanno costruendo porti in Kenya, linee ferroviarie in Angola, un bacino idroelettrico in Etiopia e tanto altro ancora (oltre a battere l’Africa in lungo e in largo alla ricerca di minerali e metalli preziosi). Queste imprese economico-finanziarie sono sempre accompagnate da un certo spostamento di operai cinesi dotati di un minimo di inquadramento militare. Da semplici manovali, in caso di necessità, questi uomini possono trasformarsi in piccole milizie pronte a combattere.

A Pechino, però, tutti sanno bene una cosa: per arrivare ai grandi traffici oceanici, e quindi all’Africa, bisogna passare per lo stretto di Malacca, un tratto di mare tra Malesia e Indonesia da cui passa l’80% delle forniture energetiche cinesi e quasi la totalità dei traffici via mare diretti nei porti del Paese. Proprio nel pacifico si gioca il match più importante per Pechino: quello con gli Stati Uniti d’America. Da anni Washington sta facendo carte false per attirare nella propria sfera d’influenza gli stati che fronteggiano le coste pacifiche cinesi ed anche lo stretto di Malacca. Giappone, Corea del Sud, Taiwan (considerata da Pechino una provincia cinese), Malesia, Thailandia e Indonesia rientrano a pieno in questo progetto. Il compito di questi stati è quello di sorvegliare il colosso asiatico, ospitando spesso basi americane, in modo da chiudere come in una morsa gli spazi necessari, in caso di guerra, a far arrivare risorse e a far partire corazzate e portaerei per le manovre belliche di ampio raggio.

La Cina, ovviamente, non resta a guardare. In questo “gioco al gatto e al topo”, come lo definisce il giornalista americano Tim Marshal, Pechino sta cercando di bypassare il problema “Malacca” tramite l’affitto di un nuovo megascalo a Gwadar, in Pakistan, pagato a suon di miliardi di dollari. Se la regione rimanesse abbastanza stabile da realizzare il progetto, Pechino si ritroverebbe un porto nell’oceano indiano che le consentirebbe di proporsi sullo scacchiere internazionale con una politica estera molto più assertiva rispetto all’attuale. Sarebbe allora che, con la guida di un uomo scafato come Xi Jinping, il mondo si renderebbe conto di cos’è davvero il gigante cinese e inizierà, inevitabilmente, a parlarne più spesso.