In questo articolo, che risale a qualche periodo fa, avevamo parlato della prima, seppur piccola, débacle del colosso Facebook, afflitto, a quel tempo, da una perdita di 3,3 miliardi (spiccioli) in borsa causata dalla mossa Zuckerberghiana delle “interazioni significative”, tutt’ora opaca e dalla dubbia spiegabilità.

Ciò che più stupisce, però, è la minuscola “profezia” contenuta nel titolo “Facebook inizia a crollare“. Perché sì, quello dei 3 miliardi persi per strada, era solo l’inizio di uno scivolone a cui Mark Zuckerberg, CEO di facebook, sembra non riuscire a porre freno.

Il demone contro cui il Social Network si ritrova adesso a combattere ha un nome ben preciso: si chiama Cambridge Analytica ed è il motivo per cui molti tra investitori e utenti hanno deciso di “navigare” altrove, verso porti al momento più sicuri.

Ma cosa è precisamente successo? Qual è il motivo di questo declino? Riassumiamolo in queste righe:

Com’è nato tutto

Da una semplice app creata da Aleksandr Kogan, ricercatore di Cambridge, chiamata “thisisyourdigitallife”. L’obiettivo dell’app era dare all’utente una analisi del proprio profilo psicologico, con tanto di previsione dei propri comportamenti. Come? Sulla base della propria attività online. Chiaramente, come succede spesso per molte altre app, per far ciò veniva chiesto all’utente l’autorizzazione per l’utilizzo dei propri dati ed è proprio questo che ha permesso a Kogan di entrare in possesso di importanti informazioni riguardanti i suoi circa 270mila iscritti. Ma non è tutto. Oltre agli utenti in sé, l’applicazione nelle condizioni d’uso chiedeva di essere autorizzata a addirittura reperire informazioni legate agli amici dell’utente, moltiplicando, così, il numero di dati a disposizione dell’app. Prima di essere fermato, seppur tardivamente, da facebook, poiché fu ritenuto illegittimo accedere persino ai dati degli amici dell’utente, Kogan raccolse informazioni sulle vite di circa 50milioni di profili online.

Ma il problema nasce quando

Kogan condivide questi dati con Cambridge Analytica. Ora, cos’è Cambridge Analytica?

Ѐ una azienda con una mission semplice e fondamentale, che riassunta in poche parole sarebbe: raccogliere dati, capire quanto più possibile sugli interessi, le vite, le emozioni e le predisposizioni degli utenti e infine elaborare strategie di marketing estremamente precise, personalizzate e microtarghettizzate. Questo sistema sembra aver influenzato addirittura l’esito di campagne elettorali, (fra le più recentemente discusse quella del presidente degli Stati Uniti Donald Trump), attraverso accurate “formule di persuasione mediatica” finalizzate a dirottare il consenso popolare verso il proprio “cliente politico”. È chiaro che l’aggiunta dell’ingrediente politico a quella che già di per sé rappresentava una scomoda palla al piede per Facebook, abbia trasformato un fatto di cronaca in uno scandalo potenzialmente letale.

Sul come Cambridge Analytica riesca a fare tutto questo c’è poco da dire: basta studiare con i dovuti e complicati algoritmi le abituali direzioni che prendono i nostri click e i nostri likes.

Il problema però, tornando a monte, è che questa iniziale operazione di condivisione dei dati tra Kogan e Analytica è severamente vietata dal Social Network, che ha infatti provveduto alla sospensione di Cambridge Analytica in data 16 Marzo.

Ma perché tutti contri Facebook? Che colpa ha?

La colpa sarebbe quella di aver acconsentito tacitamente alla raccolta dei dati, pur essendo a conoscenza di tutto. A dirlo è stato la voce che ha scatenato questa tempesta: Christopher Wylie, ex dipendente di Cambridge Analytica, il quale ha raccontato al Guardian che da ben due anni Facebook fosse consapevole dell’attività illecita dell’azienda. Non sembra infatti un caso che la sospensione del 16 Marzo sia arrivata soltanto dopo la pubblicazione delle dichiarazioni di Wylie nei servizi di inchieste del già citato Guardian e del New York Times, che avrebbero posto lo staff di Zuckerberg con le spalle al muro, costretti a riparare l’irreparabile.

Morale? Abbiamo “scoperto l’acqua calda”

Se è vero che possa considerarsi legittimo e prezioso portare all’attenzione pubblica il tema della sicurezza dei propri dati e del mercato degli stessi, è allo stesso modo ridicolo scandalizzarsi davanti alla una ben nota pratica di raccolta delle informazioni degli utenti online. L’informazione su di me è il prezzo da pagare per la gratuità della rete che utilizzo e tutto questo rappresenta un meccanismo ormai consolidato, utilizzato, studiato e analizzato nell’era digitale, ma che forse solo adesso, e menomale, è riuscito a trovare spazio dei discorsi quotidiani oltre che nelle pagine dei giornali.

Nel nostro piccolo non possiamo che armarci di conoscenza, scetticisimo e consapevolezza del fatto che, davvero, “quando qualcosa ti sembra gratis, il prodotto sei tu“.

 

 

 

 

Marco Lorusso

Marco Lorusso

Classe '97, studente di Scienze Politiche.