Il perché di una scelta azzardata e il nuovo asse atlantico-israeliano

Il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, dopo il discorso al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite in cui ha tuonato contro la Repubblica Islamica d’Iran, spariglia le carte e l’8 maggio 2018 si tira indietro dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA).

Un accordo che non è mai piaciuto a Donald Trump, e sul quale ha mostrato una decisa coerenza sin dalla campegna elettorale; infatti, a nulla sono serviti i pellegrinaggi della comunità internazionale, inclusa l’Europa, nel tentativo di convincere Trump a continuare l’implementazione dell’intesa. Il presidente statunitense accusa gli alleati europei di non aver corretto i difetti dell’ “Iran deal” che lui stesso aveva denunciato lo scorso gennaio. In un discorso pubblico pronunciato il 30 aprile, ha ribadito l’accusa a Teheran di “mentire” riguardo al proprio programma nucleare a scopo bellico, affermando che Tel Aviv è in possesso di “prove nuove dell’esistenza del programma nucleare bellico che l’Iran ha per anni nascosto alla comunità internazionale nel proprio archivio atomico segreto”.

 

• Cosa stabilisce l’accordo?

Durante l’Amministrazione Obama, la Casa Bianca promosse una road map di progressivo ravvicinamento a Teheran,di cui la storica firma dell’accordo sulla non proliferazione nucleare il 14 luglio del 2015 doveva essere il primo passo. Il patto comportava degli obblighi da rispettare da parte degli Stati Uniti: da un lato, il parallelo disimpegno delle truppe americane dal Medio Oriente e dall’Asia Centrale, e dall’altro la promozione di un’apertura internazionale al governo Iraniano.

Ma questo ha offerto all’Iran l’occasione per farsi più aggressiva. La proliferazione nucleare gioca in questo contesto il ruolo di un’arma di ricatto internazionale, strumentale a ottenere obiettivi non di tipo militare, ma di stampo politico-economico. Era proprio questo lo scopo di Teheran, che difatti ha ottenuto esattamente ciò che voleva da parte dei paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con potere di veto (UK, Francia, USA, Russia e Cina più Germania): l’allentamento delle sanzioni economiche. I vantaggi derivanti da questo allentamento, per motivi legati alla politica interna iraniana e non solo, sono stati in verità piuttosto parziali.

In cambio, la Repubblica Islamica ha dovuto soltanto acconsentire all’accesso illimitato degli ispettori dell’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) e alla riduzione di due terzi delle centrifughe che – insieme al taglio delle scorte di uranio arricchito, funzionali alla fabbricazione dell’arma atomica – allungano a un anno il tempo necessario per produrre materialmente un ordigno nucleare. Degno di nota il fatto che, al netto della sicurezza di Trump e Netanyahu circa il programma nucleare bellico di Teheran, le ispezioni dell’AIEA finora hanno acclarato che l’Iran – almeno su questo punto – ha rispettato l’accordo.

 

• Perché Trump è venuto meno all’accordo?

Politicamente, è evidente che non conviene a nessuna delle parti in causa smantellare ex abrupto l’accordo con l’Iran. Per scongiurare l’uscita degli Usa dall’accordo, ed evitare l’opzione snap back –ritorno ad una situazione precedente-, Trump aveva imposto tre condizioni:

1) la rimozione delle limitazioni temporali e geografiche alle ispezioni di qualsiasi sito nucleare (ma anche militare) iraniano, l’introduzione di nuove sanzioni sul programma missilistico iraniano,

2) l’estensione della durata delle limitazioni al programma nucleare iraniano previste dall’accordo,

3) un intervento energico contro le attività di Teheran in Medio Oriente, che secondo gli Stati Uniti sono la principale causa di instabilità nella regione.

Condizioni che non sono state accettate dalla controparte e che hanno portato, questa settimana, il Presidente, a venire meno agli accordi. Trump ha affermato che l’accordo non ha aiutato la pace, né impedito agli iraniani di continuare ad arricchire uranio. E ha aggiunto che pur rispettando l’intesa, Teheran potrebbe comunque arrivare alla soglia di arsenali atomici. «Gli Stati Uniti non minacciano a vuoto e quando faccio promesse le mantengo», ha concluso ricordando il suo impegno elettorale a cancellare l’accordo.

Come aveva presagito lo stesso presidente americano , all’indomani dalla chiusura dell’accordo, il Tesoro americano ha iniziato a reintrodurre sanzioni economiche nei confronti non solo dell’Iran, ma anche per gli alleati che lo sosterranno.

 

• Conseguenze della scelta di Trump

L’Alto Rappresentante per la Politica Estera Europea, Federica Mogherini, ha sinora mantenuto un atteggiamento abbastanza “conservatore” sugli attuali accordi con l’Iran. “L’accordo nucleare appartiene all’intera comunità internazionale e l’Ue è determinata a preservarlo, al popolo iraniano dico: fate in modo che nessuno lo smantelli, è uno dei più grandi obiettivi mai raggiunti dalla comunità internazionale”, ha detto.

La mossa di Trump mette tuttavia l’America in difficoltà: Washington soddisfa gli alleati israeliani e sauditi ma rischia di regalare a Mosca un’altra carta diplomatica. Il presidente russo Putin è in fondo l’unico leader che nella regione parla con tutti, dai siriani agli israeliani, ai sauditi, dai turchi agli iraniani.

Tutto questo ragionamento è valido se non se non si allarga il conflitto siriano. La guerra all’Iran sarà un mix di azioni militari e di diplomazia punitiva, cioè di accerchiamento economico. Ma paesi europei come Francia e Gran Bretagna sono già entrati, sia pure indirettamente, in guerra con l’Iran attuando con gli Usa i raid dimostrativi che hanno colpito le basi siriane – evitando accuratamente quelle russe – per punire Assad per il sospetto uso di armi chimiche (di cui per altro non parla più nessuno). In caso di escalation è difficile immaginare che Paesi come la Germania e l’Italia, non sarebbero coinvolti. Questo è stato il vero successo di Trump: creare un asse atlantico-israeliano che comunque tiene dentro, in caso di conflitto, anche i principali Paesi europei.

 

Articolo a cura di Dora Farina