«Chiamatemi Tirésia per dirla come quel signore che ha scritto un romanzo sulla balena bianca oppure Tiresía sono come qualche altro che forse conoscete. Zeus mi diede da vivere sette esistenze e questa è una delle sette, su questo palcoscenico, ma si trattava di un attore che impersonava me. Mentre io Tiresia stasera sono qui di persona personalmente per dirvi tutte le traversie che il mio personaggio ha passato nei secoli scorsi».
Andrea Camilleri

Il padre del Commissario Montalbano, dopo essersi lasciato guidare sul palco, inizia così il suo racconto in forma di monologo. Un monologo che sale dalle profondità del mondo classico assieme a Omero, Sofocle, Seneca, Ovidio – le cui voci fanno metaforicamente da sfondo nel magico teatro greco di Siracusa – e che finisce fuori strada insieme a Pier Paolo Pasolini, Cesare Pavese, T.S.Eliot, Virginia Woolf. Seguendo il filo del mito e della letteratura, quello di Andrea Camilleri è il racconto eterno della curiosità, che tradisce l’uomo, dalle vette del Citerone agli abissi dell’Ade, passando per Dante e Primo Levi. Il regista siciliano come la ginestra leopardiana volge lo sguardo al cielo con forsennato orgoglio e non si lascia piegare neppure dal male della cecità. 

«Io cieco come Tiresia di fronte all’eternità. E’ ora di cedere le armi alle donne. Da quando Zeus, o chi ne fa le veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista, questa volta a novant’anni, ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla, solo su queste pietre eterne».

Camilleri ricostruisce così il punto di vista di un uomo che ha percorso epoche diverse, di cui tanto è stato detto e tanto è stato scritto, ma che ancora oggi è avvolto da un mistero che gli conferisce eternità.

Andato in scena lo scorso giugno al Teatro Greco di Siracusa di fronte a 4mila spettatori, Conversazione su Tiresia è un racconto mitico, pensato, scritto, narrato e vissuto da Andrea Camilleri che racconta la storia dell’indovino cieco, le cui vicende si intrecciano a quelle dello stesso scrittore. La narrazione intensa e coinvolgente delle peregrinazioni di Tiresia, il suo mutare da uomo a donna per poi tornare uomo, la sua cecità contrapposta al suo dono di vedere il futuro delle persone, la sua vecchiezza; tutto contribuisce ad alimentare la leggenda di questa figura a cui sono state donate sette vite, e di cui a Camilleri è stato dato di viverne una delle sette.

«Centomila pensieri dai più banali ai più eccelsi, mentre sta preparando il ragù, cambia il pannolino al bambino, stira il vestito del marito, pensa che la sua amica Romilda ha detto mal di lei e pensa a come vendicarsi.
Tutto in contemporanea.
Centomila cose, senza un attimo di sosta».

Sembra si stia parlando dell’inferno, ma è solo quel che capita nel cervello di una donna. E Tiresia questo lo sa bene. Come non fidarsi del consigliere di Ulisse allora? Da un lato un personaggio capace di incuriosire tutti i grandi della letteratura a partire da «quel poetrasto di Omero», e dall’altro una persona capace di stupire con il suo infinito sapere, a cui si accompagna una piacevole verve ironica. Passando in rassegna – non senza critiche – tutti gli autori che hanno parlato di Tiresia, lo sceneggiatore siciliano non si risparmia dal giudicare chi lo vedeva sordo o «macellaio», e spezza lance a favore di quegli autori che, solo dopo novecento anni, gli hanno concesso il giusto riscatto.

Un racconto piacevole all’ascolto, complice anche una voce rauca, ma che lascia da riflettere su quanto bene dicano i libri, e su quanto ancor di più possa dire l’esperienza vissuta. Una storia che ci coinvolge tutti, la storia di una cecità che divaga. Perchè tutti infondo siamo ciechi. Ciechi che vedono. Ciechi che pur vedendo, non vedono.

Di certo l’indovino Tiresia non saprà trovar risposta al destino incerto di ciascuno, ma a due quesiti ha trovato soluzione:

Cos’è che si prova ad avere un c-e-r-v-e-l-l-o di donna?

Durante l’atto sessuale prova più piacere l’uomo o la donna?