Di emozioni ce ne sono migliaia, ma siamo sicuri di conoscerle tutte? Ci sono emozioni che abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita, ma che non sappiamo descrivere: queste nella nostra lingua non hanno un nome, ma ci sono lingue che hanno delle definizioni appropriate, senza l’utilizzo di giri di parole.

Ecco qui un decalogo di sorprendenti emozioni che non sapevamo di provare:


(Donna alla finestra, Berlino – Caspar David Friedrich)

• AWUMBUK, la nostalgia dell’ospite. Parola appartenente al vocabolario dei Baining, una tribù della Nuova Guinea, indica il denso senso di vuoto che proviamo nel momento in cui un nostro ospite va via. Pensandoci le peculiarità dell’awumbuk le conosciamo abbastanza bene. Maggiore è il numero di ospiti, l’affinità e il coinvolgimento reciproco in attività professionali, ludiche, domestiche, sentimentali, e maggiore è l’awumbuk. I sintomi sono simili a quelli del post-sbornia: senso di vuoto totale, apatia, malinconia. Per scacciare tutto ciò, è consigliato, secondo i Baining, riempire una ciotola d’acqua e tenerla in casa durante la notte per assorbire l’aria malinconica; nel primissimo mattino seguente bisogna rovesciare la ciotola in giardino, tra gli alberi.


(Le tre età della donna – Gustav Klimt)

• BROODINESS, il desiderio di maternità. Termine coniato negli anni Ottanta, pubblicato per la prima volta sull’Oxford English Dictionary, indica “l’istinto alla cova” che si presume che ogni donna provi durante le fasi fertili della vita. Se le donne non riescono a realizzare il sentimento di broodiness, ne soffrono un’atroce mancanza unita a un senso d’isolamento dalla società e a un sogno futuro di speranza frustrato. Nei casi più gravi, questo è vissuto come un fallimento, una ferita esistenziale nella propria femminilità.


(Sjalusi – Gelosia – Edvard Munch)

• COMPERSIONE, antipodo della gelosia. Introdotta negli anni settanta dalla comunità Kerista di San Francisco, “compersione” è assonante con la parola “compassione”, ma è l’esatto contrario della gelosia, dunque l’emozione empatica che travolge pochi. Secondo la comunità è associabile anche al termine “polifedeltà“, la capacità di avere storie poliamorose senza alcun disagio (non si tratta di sesso, ma di vero amore).


(Il quadro della follia di Rock Hudswed)

• AMOK, la follia rabbiosa. Definita “una specie d’idrofobia umana, un accesso di monomania omicida, insensata” dallo scrittore austriaco Stefen Zweig, la parola malese “amok” definisce in modo prosaico un “raptus omicida“. Si tratta di una reazione assassina che si può avere in seguito a una provocazione o a un’umiliazione, e che è condotta, secondo la cultura malese, da uno spirito negativo e maligno. Negli USA si traduce come “going postal”; in Nuova Guinea, invece, come “guria”.


(Lettura curiosa della ragazza)

• CURIOSITÀ MORBOSA, un impulso incontenibile. È un sentimento eteroclito che porta a curiosare, a buttare l’occhio, nonostante l’oggetto in questione sia qualcosa di raccapricciante (es. ferite, cadaveri di morti). Secondo Aristotele e Kant, vedere le sofferenze altrui ci libera dalla nostra e, secondo Adam Smith, vedere la sofferenza altrui provoca empatia.


(L’attesa – Tito Fornasiero)

• IKTSUARPOK, la trepidante attesa. Si manifesta da sempre il bisogno di definire la solitudine e la noia dell’attesa. Stiamo parlando dell’iktsuarpok, che definiremmo la sensazione d’imminenza che ci fa fare su e giù, avanti e indietro, con i nervi a fior di pelle. Noi italiani non abbiamo mai introdotto una parola per descriverla, bensì la chiamiamo “impazienza“.


(Pettegole – Viktoriya Bubnova)

• SCHADENFREUDE, “ci godo”. È a tutti successo, almeno una volta, di rallegrarsi della sfortuna altrui. I Greci e i Romani avevano nella loro cultura diverse parole per indicare questo sentimento. I tedeschi ne hanno introdotta una, che unisce le parole Schaden (“danno“) e Freude (“piacere“) – intendendo il nostro piacere per il danno altrui -. Per indicare ciò, in italiano è pochissimo usata la parola “aticofilia“, di origine greca. Non si tratta né di disprezzo né di compiacimento, ma di semplice sottile e perfida gioia. A ciò, possiamo aggiungere altre ragioni, ossia l’invidia, la gelosia e anche un innocuo divertimento. Alcuni studi psicologici dimostrano che la Schadenfreude è preponderante nelle persone con autostima medio-bassa, dal momento in cui gioiscono sapendo che altre persone non se la spassano.


(La risata – Umberto Boccioni)

• VERGÜENZA AJENA, il paradosso del ridicolo. Gli spagnoli utilizzano questa espressione, la cui prima parola si traduce con “vergogna” e la seconda con “altrui“. Possiamo associarla all’empatia: è prettamente rivolta a persone che ci stanno antipatiche – anche se le conosciamo a malapena -, che manifestano atteggiamenti arroganti o scontrosi. La vergüenza ajena ci porta ad allontanare con molto disprezzo chi almeno un po’ si rende ridicolo. In altre lingue europee, sono presenti diverse espressioni analoghe – seppur con lievi sfumature semantiche -, come il finnico myötähäpeä (vergogna condivisa) e l’inglese vicarious embarrassment.


(Viandante sul mare di nebbia – Caspar David Friedrich)

• WANDERLUST-KAUKOKAIPUU, la nostalgia dell’inquieto. In italiano nota come “dromomania“, ossia dell’ossessione per il cammino senza sosta. Quello di cui stiamo parlando oscilla, dal punto di vista mentale, tra la normalità e la follia, condizioni separate da un caduco confine. Tale disturbo mentale è stato denominato, dal neurologo Jean-Martin Charcot, automatisme ambulatoire, collegandola strettamente all’isteria. C’è anche un’altra parola finlandese per descrivere la serie di situazioni determinate dalla wanderlust – in questo caso la nostalgia che si prova per un posto in cui non si è mai stati -, detta kaukokaipuu.


(Il convegno – Ambrogio Antonio Alciati)

• VIRAHA, lo struggimento d’amore. È una parola indiana, in sanscrito, indica una sorta di nostalgia da separazione, sradicata in una sensazione di incompletezza e di speranza di un incontro ravvicinato spirituale (ma anche fisico) con, ad esempio, il proprio partner. Del viraha è stato scritto un poema Gitagovinda, scritto in lingua bengali dal mistico Jayadeva, verso la fine del XII sec. Qui il poeta parla di amore come partecipazione emotiva profonda, che si fonde ad un sentimento altrettanto intensamente erotico. Questo sentimento permane anche dopo un tradimento, accompagnato e rafforzato da un impellente desiderio di riavvicinamento dell’amato. Nel caso specifico, il sentimento è permeato di misticismo ed è più che ottimista, con una quasi assicurata conclusione felice.