Primo gennaio 2019, India, Stato meridionale del Kerala: 5 milioni di donne formano una catena umana contro la disuguaglianza di genere, manifestando a sostegno della storica sentenza che ha cancellato per loro il divieto di accesso al tempio indù di Sabarimala se in età fertile (tra i 10 e i 50 anni), perché considerate impure.

Con l’aiuto della polizia, all’alba due donne sono riuscite a fare il loro ingresso all’interno del tempio, nonostante l’opposizione di centinaia di fedeli e attivisti dei gruppi conservatori. Quando sono uscite i custodi del tempio, ritenendo che le due donne avessero contaminato il luogo sacro, lo hanno chiuso per un’ora per i “rituali di purificazione”, gli stessi che sono effettuati quando viene versato del sangue o quando i bambini si fanno la pipì addosso.

E’ PIU’ IMPORTANTE UNA DONNA O UNA MUCCA?

 

 

 

 

 

Una domanda evidentemente provocatoria, racchiusa in un progetto fotografico del 2017 firmato Sujatro Ghosh, che ha scatenato l’ira dei nazionalisti indù. Il fotografo indiano ha comprato così maschere di mucca e ha invitato alcune donne a indossarle, fotografandole nei pressi di luoghi turistici ed edifici governativi, per le strade e nelle loro case, su un treno e su una barca, perché le donne sono vulnerabili ovunque.

   

“Sono turbato dal fatto che nel mio paese le mucche siano considerate più importanti di una donna, che ci voglia molto più tempo perché una donna violentata o aggredita ottenga giustizia piuttosto che una mucca, considerata da molti indù un animale sacro” ha dichiarato il fotografo alla BBC. Le tante minacce ricevute per il progetto ma non sono riuscite a spaventarlo. Sujatro Ghosh è dunque andato avanti, e la sua mucca ha continuato a viaggiare.

IL DIRITTO DI CREDERE A TUTTO QUELLO CHE VUOI
La potente protesta delle donne del Kerala e il progetto fotografico di Sujatro Ghosh ci consentono di puntare i riflettori sulla condizione di subordinazione a cui ancora troppe donne continuano a essere sottoposte nel mondo. Una condizione che – sulla base di consolidate credenze religiose, granitici usi sociali o dal fatto che “è evidente che certe professioni o sport sono solo per i maschi”– rimane per tanti non solo naturale, ma anche perfettamente legittima. Quasi a dire: è giusto così.

L’atto di credere a qualcosa o in qualcosa è un aspetto fondamentale della libertà di un individuo. Esiste tuttavia una morale anche nel credere, ed è proprio quell’etica che genera e limita il nostro diritto di credere. Alcune convinzioni possono essere immorali, depravate, ripugnanti, irresponsabili, o anche pericolose: è forse giusto lasciare spazio illimitato anche a queste credenze in nome di una incomprimibile libertà a ‘pensare e agire come si vuole’?

DIVORZIARE SU WHATSAPP
La nota agenzia di stampa Thomson Reuters ha assegnato all’India il non invidiabile primato di paese più pericoloso al mondo per le donne nel 2018. Le statistiche governative hanno evidenziato trend preoccupanti: gli episodi di violenza sulle donne in India sono aumentati dell’83% tra il 2007 e il 2016, quando sono stati segnalati quattro casi di stupro ogni ora.

Eppure, qualcosa si sta muovendo, e alcuni significativi passi in avanti sono stati compiuti. Si pensi al riconoscimento dell’incostituzionalità – sancita nell’agosto del 2017 – della pratica del “talaq-e-bid’at”, una particolare forma di divorzio ancora esistente tra i musulmani indiani che concedeva al marito la possibilità di rompere il vincolo coniugale con la moglie semplicemente pronunciando – o scrivendo – per tre volte la parola talaq. “Una pratica – ha evidenziato la Suprema corte – che non costituisce parte integrante dell’islam e non appare conforme alla moralità costituzionale, ma contraria al Corano e contraria alla shari’a”. Sulla materia si è dunque deciso di intervenire normativamente, attraverso una proposta di legge: la vittima del “talaq-e-bid’at” può chiedere la custodia dei suoi figli minori e il mantenimento da parte del marito, dopo aver presentato regolare denuncia alla polizia. La legge prevede inoltre il divieto del triplo talaq in qualsiasi forma: parlata, scritta o pronunciata con mezzi elettronici come e-mail, SMS o WhatsApp.

Nello scorso mese di settembre invece, la Corte ha riconosciuto l’incostituzionalità dell’adulterio come ‘reato commesso da un uomo contro un altro uomo sposato se aveva avuto rapporti sessuali con sua moglie’. Una disposizione retaggio dell’epoca coloniale e che di fatto ‘oggettificava’ la donna, ridotta a mero ‘bene’ di proprietà del marito. Inequivocabile il messaggio del presidente della Corte Dipak Misra: “È giunto il momento di dire che un marito non è il padrone di sua moglie”

ALPHA O BETA? SICURAMENTE NON UNA VASTA GAMMA
Torniamo dunque al quadro generale. Quello delle donne docili e consenzienti è un archetipo vecchio come il mondo. Anzi, come la Bibbia, il Vangelo, il Corano o i Veda. Compito della donna è quello di contenersi, limitarsi, modificarsi per risultare più accomodante nei confronti di quello che la società si aspetta da lei. Questa è stata per lungo tempo la lettura dominante del ruolo della donna nella società, senza possibilità di variazioni sul tema: la donna perfetta si adeguava a questo modello, altrimenti rischiava l’emarginazione. Una concezione retaggio di una cultura patriarcale, basata sulla distinzione netta tra ciò che è alpha e ciò che è beta, siano essi maschi o femmine.

Superare questa retorica significa ammettere che le donne – e più in generale qualsiasi individuo – non sono buone o cattive, bianche o nere, che la femminilità non è remissiva o aggressiva, che un tratto non esclude l’altro. Se smettessimo di pensare per categorie, non solo riusciremmo ad abbattere molti degli stereotipi con cui conviviamo, ma anche ad avere una più profonda consapevolezza di noi stessi e delle relazioni umane.

NUMERI, MANICHINI O UN TOCCO DI COLORE
Ci si sveglia un mattino, ci si riscopre femminista. E il gioco è fatto: le donne diventano numeri, manichini da mettere dove fa più comodo, un tocco di colore. Un esempio calzante di questa stessa dinamica è la scelta, da parte della Lega di Serie A, di far scendere in campo i giocatori con un segno rosso sul viso, in segno di solidarietà nei confronti delle donne vittime di violenza. La stessa Lega ha stabilito come teatro della finale di Supercoppa italiana un paese nel quale le donne possono assistere alle partite solo in determinati settori (se accompagnate). Così la coscienza si autoassolve, alimentando la falsa convinzione che la parità – ancora lontana – sia stata raggiunta.

Il femminismo dovrebbe mirare a cambiare le nostre strutture sociali in modo orizzontale, più che in linea verticale. Basterebbe pensare e agire in modo più etico per andare oltre le etichette predefinite e alle strumentalizzazioni. Ma se l’empowerment femminile resta legato a questioni di consumo, invece di farsi portatore di un desiderio globale di giustizia, difficilmente la società che ci ospita diventerà un posto più accogliente. E il potenziale della rivoluzione rosa verrà annientato insieme alla cellulite e alle doppie punte.

“PERCHE’ SEI UNA DONNA”
Va bene, ora un’ultima cosa su mia madre. Mia madre e io non siamo d’accordo su molte cose riguardo all’uguaglianza di genere. Ci sono alcune che cose che mia madre pensa una persona debba fare, per l’unico motivo che quella persona è una donna. Come per esempio annuire o sorridere di tanto in tanto anche se è l’ultima cosa che vuoi fare. O rinunciare appositamente a discutere di certe cose con qualcuno che non è una donna. Sposarsi e avere figli. Mi vengono in mente molte buone ragioni per fare qualsiasi di queste cose. Ma ‘perché sei una donna’ non è tra queste. Quindi non accettate mai ‘perché sei una donna’ come ragione per fare o non fare qualcosa.

Infine, voglio concludere dicendo qualcosa su una delle cose più importanti del mondo: l’amore. Le ragazze sono spesso educate a vedere l’amore solamente come qualcosa da dare. Ma l’amore è dare e prendere. Per favore, amate dando e prendendo. Date e fatevi dare. Vi accorgerete se state solo dando e non prendendo. Lo saprete da quella vocina della verità dentro di voi che noi donne siamo così spesso educate a zittire.

Non zittite quella voce. Osate prendere.

(Chimamanda Ngozi Adichie)

Foto di copertina a cura di Ken Damy con la collaborazione di Silvia Bianco e Walter Liva