Intervista a Stefano Torelli

Negli ultimi anni, l’Europa è stata colpita da attentati riconducibili a una matrice jihadista. Attacchi diversi per tipologia e pianificazione, talvolta elaborati dai vertici delle organizzazioni terroristiche, talaltra da cellule dislocate sul territorio europeo, altre volte ancora realizzati da ‘lupi solitari’, svincolati da una vera e propria affiliazione ai gruppi del terrore ma comunque sensibili al loro messaggio, e radicalizzatisi attingendo alla ricca propaganda jihadista reperibile sul web.

Esiste però una molla che fa scattare i processi di radicalizzazione? In quali condizioni la retorica del radicalismo può attecchire? E’ possibile tracciare un ‘identikit’ del terrorista jihadista? Cosa si può fare per sottrarre materiale umano alle organizzazioni terroristiche? Per provare a dare una risposta, 16 Pagine ha chiesto aiuto a Stefano Torelli, esperto di Nordafrica e Medio Oriente E Associate Research Fellow dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

Cherif Chekatt, autore dell’attentato di Strasburgo lo scorso 13 dicembre in cui ha perso la vita anche il nostro Antonio Megalizzi, è l’ultimo nome con cui abbiamo familiarizzato. Si aggiunge a quelli di Salah Abdeslam degli attacchi di Parigi, di Salman Abedi della strage di Manchester, a quelli dei fratelli Kouachi responsabili del massacro nella sede di Charlie Hebdo. Storie simili eppure diverse. Secondo lei, esiste una molla che fa scattare la radicalizzazione? Pensa che per loro il rifugio nel radicalismo sia una risposta a una personale crisi di identità?
Prima di tutto, dobbiamo considerare che non esiste un profilo del radicalizzato. Ogni storia è una storia a sè, in cui intervengono fattori strutturali e di contesto, e elementi soggettivi inerenti l’individuo. Ciò detto, spesso le storie di individui che si sono radicalizzati in Europa – e non solo – sono storie di emarginazione sociale, economica e politica. L’assenza di prospettive economiche e la frustrazione che nasce dal confronto con altre persone che vivono nella stessa società (le persone che si trovano nel cosiddetto primo settore, apparentemente con più privilegi, più stabilità e ricchezza) sono degli elementi che concorrono a far scattare il senso di rivalsa nei confronti del sistema. Spesso, ciò che riesce a incanalare questo sentimento, è proprio l’ideologia jihadista. In questo senso, credo sia valido l’assunto per cui non siamo di fronte tanto a un processo di radicalizzazione dell’Islam, quanto piuttosto di “islamizzazione” del radicalismo individuale di diverse persone.

Capire quali fattori portino un soggetto a radicalizzarsi è stata un punto focale nel dibattito sul terrorismo di matrice islamica nel corso degli ultimi anni. Uno dei fattori spesso citati, soprattutto in merito alla radicalizzazione dei musulmani europei, è la mancanza di integrazione. Crede che esista davvero un rapporto di dipendenza tra radicalizzazione e mancata integrazione?
Sì, come già detto, credo che esista una relazione diretta tra mancata integrazione e radicalizzazione. O meglio, tra emarginazione e radicalizzazione. Da un certo punto di vista, questa mancata integrazione è dovuta a politiche sbagliate di lungo termine (come nel caso francese o belga, in cui si è permesso che si creassero dei veri e propri ghetti per le comunità immigrate dal Nordafrica); da un altro punto di vista si tratta della mancanza di prospettive legate al momento di crisi economica in cui ci troviamo. Da questo punto di vista, è più facile comprendere come anche molte persone non direttamente di provenienza nordafricana, quindi convertiti, si siano radicalizzate.

Accanto ai radicalizzati di seconda o terza generazione e quindi nati e cresciuti in Occidente, ci sono spesso tanti giovani attratti dalle sirene del jihad in Nordafrica e Medio Oriente. Secondo lei è possibile tracciare un identikit di chi è più esposto al rischio radicalizzazione?
Gli elementi che concorrono alla radicalizzazione sono quelli già evidenziati nelle precedenti risposte: mancanza di integrazione nelle rispettive società; mancanza di rappresentatività politica; mancanza di opportunità lavorative; risposte repressive degli apparati dello Stato rispetto al dissenso.

Complici le crisi economico-finanziaria e quella identitaria attorno al progetto europeo, l’UE è parsa nell’ultimo decennio poco attenta ai Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, che erano e sono in fermento. Quanto secondo lei adeguate politiche di vicinato potrebbero aiutare questi paesi a crescere e sottrarre tanti giovani al pericolo radicalizzazione?
Politiche mirate potrebbero essere molto efficaci, a patto di essere politiche costruite sul e per il singolo contesto che si prende in considerazione. Attuare politiche per l’integrazione e la prevenzione della radicalizzazione in Marocco è differente che farlo in Tunisia, ad esempio. Ogni Paese ha i suoi bisogni e le sue peculiarità e sarebbe sbagliato pensare che possa esistere un modello di intervento valido universalmente.