Identità, quella di cui tutti siamo alla ricerca, la stessa che ci porta a chiederci chi siamo, se stiamo operando nella direzione giusta, dov’è che vogliamo andare.

È curioso osservare come il termine “identità” contenga al suo interno due sensi che non sono semplicemente diversi, ma diametralmente opposti. Da un lato, esso sta ad indicare quell’insieme di caratteristiche che rendono un soggetto unico; dall’altro, la lingua latina ci impone di ricollegare il termine al pronome “idem”, “il medesimo”: l’esatto opposto di unico. Quindi se da un lato l’identità esprime l’essere ciascuno di noi distinguibile da tutti gli altri, per altro verso l’essere “identico” stabilisce un rapporto di parità.

E così si prospettano sul nostro sentiero due possibilità. Da un lato, ciascuno può costruire la propria identità privilegiando le sue connessioni con il mondo, ben consapevole che la sua identità non resta sempre la stessa nel tempo, ma è soggetta al verificarsi degli eventi. Dall’altro lato, ciascuno ha la facoltà di costruire una identità incapace di instaurare relazioni significative e durature, chiudendosi al dialogo, difendendo l’identità stessa contro ogni attacco reale o presunto, costruendo nemici visibili ed invisibili.

La rigida chiusura nei e dei propri confini, a livello personale, sfocia quindi nel narcisismo. Così come dalla dimensione dell’autoritarismo, dalle Istituzioni che negano l’individualità, si è passati alla fase della contestazione e della ribellione, che ha permesso il positivo emergere delle singole individualità, allo stesso modo l’eccessiva “cultura dell’io” ha portato il soggetto ad essere dominato da una ossessiva ricerca della propria realizzazione, della propria autonomia e del proprio piacere, annientando quelle dell’altro.

Fino a quando mi serve e poi lo getto‘: una prassi alquanto consueta al giorno d’oggi e che fa emergere una sorta di nomadismo di identità. Un continuo viaggiare attraverso le esperienze, un peregrinare senza sosta per paura che la stessa sosta diventi una non-vita, un vagabondare affettivo di esperienza in esperienza, favorito anche dalle nuove modalità virtuali di incontro.

Nel nostro immaginario il confine è qualcosa di statico, insormontabile, non oltrepassabile. Nel XXI secolo però è più corretto parlare di “confini valicabili”: quelli che portiamo con noi, quelli che delimitano il nostro spazio intimo. Quelle barriere costruite con i mattoni delle esperienze, quelle che cambiano col mutare delle situazioni o dei luoghi in cui abitiamo, ma la cui struttura permane, nonostante il variare delle situazioni e dei luoghi. In questo contesto, noi stessi diventiamo il confine che stabilisce le nostre diverse sfaccettature. La nostra identità personale e sociale è il frutto, o meglio, la risultante delle nostre caratteristiche, che sono molto più numerose e variegate di quanto noi stessi possiamo immaginare. Tale complessità costituisce un unicum, quell’individualità che ci distingue dagli altri.

A livello sociale gli effetti della cultura dell’individualismo portano alla luce sintomi di intolleranza nei confronti del diverso. Quella protezione difensiva che salvaguarda l’individuo dalla paura di smarrirsi, di sentirsi autonomo, solo e senza orientamento, risponde, cioè, ad un atto di auto protezione, di difesa contro la con-fusione.

Le cause di questa tecnica difensiva sono da ricercare in un mondo interiore depersonalizzato, confuso, disorganizzato ed insicuro. Entra in gioco, dunque,  la grande paura legata alla diversità. Chi è l’altro? Quanto può invadere la mia vita? Perché devo rinunciare ai miei bisogni e alla realizzazione dei miei desideri per l’altro?

La costruzione dell’identità è un percorso tutt’altro che semplice e lineare, che non può prescindere dal riconoscere la presenza dell’altro, dal prendere atto della sua diversità e dall’ascoltarla senza metterla subito sotto inchiesta. Certamente, è un’operazione difficile pensare ci si possa realizzare in modi differenti dai propri, ma la cifra della propria maturità sta proprio nella capacità di misurarsi con ciò che è diverso da sé. Nell’affidarsi c’è sempre il rischio di non essere compresi, di non essere capiti, di essere usati, ma anche la possibilità di trovare un tu disposto a com-prendere, a raccogliere, a dialogare, a valorizzare, a confrontarsi.

Non è tuttavia evidente che in questo momento storico nessuna cultura e forse nessuna persona può vivere nel suo splendido isolamento, barricata nella sua identità, come se gli altri non ci fossero e come se ciascuno non fosse responsabile dell’altro.

Gli esempi che le politiche odierne ci offrono sono i più lampanti. Dall’Italia di Salvini, sino all’America di Trump, non senza passare attraverso l’Ungheria di Orbàn, l’Austria di Kurz, il motto è pronunciato all’unisono: no all’immigrazione.

Quel che sfugge è che la diversità non è ciò che differenzia, non è il tratto che distingue, bensì il tratto costitutivo dell’essere stesso, poiché ogni ens è diverso. È proprio questa diversità che diventa elemento indispensabile perché la relazione possa esistere. Infatti, che relazione può esserci tra due uguali se non di identità?

In tal senso ‘identità scoperte‘ sta a significare non solo lo svelamento di nuovi aspetti, nascosti del nostro essere, ma anche la volontà di rimuovere quel filtro chiamato ‘diversità’ con il quale guardiamo il mondo che ci circonda.

Il numero 1 del 2019 di 16pagine segna un nuovo inizio. Un nuovo caporedattore, nuovi collaboratori che si aggiungono, una nuova grafica e una nuova impaginazione. Tutte novità che i lettori avranno modo di conoscere e giudicare, ci auguriamo positivamente. Una pagina bianca lunga un anno e tutta da scrivere. Pur nella novità, 16pagine continuerà a proporsi come spazio aperto di confronto e dibattito, a fornire punti di vista e spunti di riflessione, a dare voce a ragazzi e giovani che vogliono dire la loro. 16pagine resterà dunque fedele alla sua missione. Anzi, alla sua IDENTITÀ.