Che votando per il “Si”, la Costituzione sarà cambiata in parte è un’ipotesi. Un’ipotesi approvata in prima lettura dalla Camera. A Palazzo Montecitorio, infatti, sono stati ben 271 i parlamentari che giovedì 21 febbraio si sono espressi a favore della proposta di legge costituzionale in materia di “referendum propositivo”.

 

COS’È IL REFERENDUM PROPOSITIVO

Agli strumenti di democrazia diretta già esistenti – referendum abrogativo, consultivo, costituzionale e regionale –, il M5s aggiunge il “referendum propositivo”. Il disegno di legge rafforza e allarga di molto i confini dello strumento referendario, perché introduce l’obbligo per il Parlamento di esaminare le proposte di legge di iniziativa popolare e, in caso di inadempienza, impone che siano soggette a referendum. Come sempre accade, la prima delle due deliberazioni della Camera, a cui seguiranno, a fasi alterne, le due di Palazzo Madama (la procedura di revisione costituzionale – ex art.138 Cost. – ne prevede due a distanza di almeno tre mesi) è stata quella davvero redigente. Il testo approvato nella giornata di giovedì è quindi molto differente da quello proposto a settembre scorso dal ministro per i Rapporti con il Parlamento e per la Democrazia diretta, Riccardo Fraccaro. La variazione più evidente è il quorum di validità del referendum, all’inizio non previsto e adesso fissato con una soglia di approvazione: perché il referendum sia valido, i sì dovranno essere almeno il 25% del totale degli elettori aventi diritto. E ovviamente più dei no.

 

I LIMITI DELLA RIFORMA

L’introduzione di elementi di democrazia “partecipata” – apparentemente auspicabili perché implicano un coinvolgimento diretto della comunità – comunque pongono dei dubbi. Primo fra tutti il quorum minimo necessario all’approvazione della proposta di legge di iniziativa popolare: guardando ai dati forniti dal ministero dell’Interno, alle ultime elezioni per il rinnovo della Camera dei deputati gli aventi diritto di voto erano 46.505.350. Utilizzando come riferimento questo campione inevitabilmente suscettibile a oscillazioni, ciò significherebbe che, in caso di proposta referendaria, circa 11,6 milioni di voti favorevoli (appunto il 25% degli elettori) potrebbero di per sé essere sufficienti all’approvazione di una legge di iniziativa popolare, anche se – estremizzando il ragionamento – nessun altro si recasse alle urne per votare. Così facendo il popolo potrebbe però ridursi a un campione rappresentativo di cittadini, a qualche milione di individui che con qualche monosillabo rispondono a una manciata di domande. Ma non solo. Questo strumento – senza ulteriori paletti che pure alcuni costituzionalisti ritengono doverosi – consentirebbe al popolo di proporre e di approvare leggi di qualsiasi tipo, anche su materie per definizione delicatissime come  quella penale e tributaria. La domanda è dunque: può davvero definirsi pienamente ‘democratico’ un processo elettorale nel quale il cittadino può sì pronunciarsi, ma spesso non essendo a conoscenza di presupposti di diritto o di dati di fatto, magari su materie squisitamente tecniche che richiedono competenze approfondite e specifiche?

 

REFERENDUM DICIOTTI: GESÙ O BARABBA?

Una delle argomentazioni più forti a sostegno di questo disegno di legge – e più in generale rispetto a qualsiasi proposta che sia tesa a rafforzare gli istituti della democrazia diretta – risiede nella definizione di “sovranità” espressa nell’art.1 della Costituzione. Di tale definizione tuttavia si richiama molto spesso soltanto la prima parte, nella quale si afferma che “la sovranità appartiene al popolo”, e si tende a dimenticare quanto affermato subito dopo: che essa deve essere esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Si ritorna dunque al punto di partenza: il popolo che, attraverso il voto, esercita la sua sovranità, conferendo a tutte le decisioni conseguenti una legittimità che è ‘democratica’ quasi per assioma. Solo che il voto è condizione necessaria ma non sufficiente per la democrazia, ed è proprio a quei limiti che l’articolo 1 della Costituzione cita che occorre guardare. Potere legislativo, esecutivo e giudiziario sono, in tal senso, il principio cardine dello Stato liberale che fa – tenendo conto di pesi e di contrappesi – da recinto alla ‘sovranità popolare’. Se un governo si formasse sulla base di un pieno consenso elettorale ma delegittimasse il ruolo del potere giudiziario e intervenisse legislativamente per depotenziarlo si potrebbe ancora ragionevolmente parlare di democrazia? E nel momento in cui fossero compressi i diritti delle minoranze, si potrebbe ancora affermare che la democrazia goda di ottima salute? Si pensi all’ultima – in ordine temporale – espressione di voto richiesta ai cittadini: è giusto mandare a processo il Ministro degli Interni? La votazione, quella che ha salvato Matteo Salvini, è stata posta all’attenzione dei cittadini – per dieci ore – sulla piattaforma Rousseau, noto sistema operativo del M5s. Ai votanti sono state però presentate una ricostruzione dei fatti e probabilmente persino una tipologia di quesito piuttosto orientate a favorire un certo esito della votazione rispetto all’altro. Dei rilievi dei magistrati e delle motivazioni che li avevano spinti a formulare le accuse, veniva invece detto ben poco. Ecco quindi che, nella sostanza, il voto diventava un’occasione per mostrarsi ‘pro’ o ‘contro’ Salvini, con tutte le possibili conseguenze sulla tenuta del governo: più una sorta di plebiscito, che un voto pienamente consapevole nel merito della questione.

 

SONDOCRAZIA

“Chi è il ‘vero popolo’?”. Se lo domandava Giovanni Santori in occasione del “Nobel Symposium on Democracy” – tenutosi in Svezia presso l’Università di Uppsala. Nel 1994, il politologo rispondeva all’enigmatico quesito affermando che le nostre democrazie si stanno dirigendo verso un sempre maggiore ‘direttismo’, vale a dire verso procedure dirette che disorientano e rimpiazzano la democrazia rappresentativa. Inoltre, la democrazia diretta che si va affermando, è una forma impura di democrazia in quando monitorata dai sondaggisti: una sondocrazia. Sono proprio le ricerche a dirlo: la maggior parte degli intervistati non capisce le questioni sulle quali viene chiesto di esprimere un parere. La conseguenza è che stiamo pericolosamente costruendo un sistema politico basato su un popolo che non si informa, e non sente la necessità di informarsi, che nulla sa e nulla sa fare. La democrazia partecipativa richiede invece che un numero crescente di persone prenda parte attivamente alla politica, e che questa partecipazione sia essa stessa un processo educativo: partecipando si impara.

 

COME METTERE UNA SOCIETÀ CONTRO LA DEMOCRAZIA

Sfiducia nelle istituzioni, polarizzazione, populismo, desiderio di avere un leader forte che attacchi il sistema: questi sono i nemici della democrazia. Una delle forze più potenti in grado di far vacillare un Paese democratico è l’individuazione di un nemico a cui attribuire il ruolo d’aver scoperchiato il vaso di Pandora. Le trasformazioni degli ultimi anni sono state principalmente innescate da due motori: la globalizzazione – finanziaria e delle comunicazioni – e l’innovazione tecnologica. Questo contesto è stato il punto di partenza per quei modelli sociali oggi più discussi: solitudine, spaesamento culturale, disintermediazione politica. Dinnanzi a questo disordine generale, il populismo offre una valida risposta ri-compositiva: mira infatti ad una politica esclusiva – e quindi escludente – di tutto ciò che non rientra nella categoria di un ‘noi’ variamente definito: ‘noi’ cristiani vs ‘loro’ musulmani, ‘noi’ italiani vs ‘loro’ immigrati, noi ‘popolo’ vs loro ‘elite’. L’esito complessivo è stato quello di aprire grandi spazi dove ciascuno si sente legittimato, in quanto parte del popolo, a farsi portatore di un qualsiasi principio, anche se contra legem. In questo scenario la disintermediazione ha molta capacità attrattiva. Scompaiono quindi gli attori del tessuto connettivo dei processi di consolidamento delle democrazie: le istituzioni. Anzi, spesso è il leader a diventare esso stesso istituzione. Gli ordinamenti giuridici, la magistratura, o più semplicemente qualsiasi struttura che sia percepita come limite all’espressione della volontà, è da identificare come una figura antagonista, dinanzi alla quale è fondamentale difendere i propri diritti che si presumono compressi, ridimensionati, quasi violati. Di pari passo si verifica un affievolimento di quelli che sono i ‘corpi intermedi’: partiti, sindacati, associazioni, ma anche autorità indipendenti e Istituti, quali la Banca d’Italia. I corpi intermedi sono finiti sotto tiro negli ultimi anni, anche in un Paese come l’Italia che ha sempre potuto vantare una certa vivacità della società civile. Ad essere evaporata è la capacità di questi soggetti di essere rappresentativi, perché ritenuti di intralcio nel rapporto diretto tra il leader e il suo popolo. E se osano dire che le cose non vanno bene, sono solo radical chic buoni a criticare mentre sorseggiano champagne, professoroni che con le loro ricette hanno condannato il Paese a non avere un futuro, soggetti senza alcuna legittimazione a parlare perché “non li ha votati nessuno”. La disintermediazione ha colpito al cuore questo sistema di consenso: si è passati ben presto dalle sedute in Parlamento, dagli incontri con le associazioni di categoria, dai confronti con le parti sociali ai comizi plebiscitari nelle piazze e ai voti sul web; come se i primi fossero superflui e i secondi la vera fonte della legittimità democratica. Questo dimostra che in momenti di grande tensione sociale anche un popolo libero, può distruggere la democrazia. Senza neanche accorgersene.

 

LA SOLUZIONE

Decostruire tutto e non costruire nulla può anche essere divertente, – ma come ci ricorda Jacques Derrida – ci lascia esattamente al punto da cui siamo partiti. La soluzione alla crisi democratica sta nel rispondere con più democrazia. Una democrazia dove è il cittadino a contare e non ad essere contato. Una democrazia meno ottocentesca, dove il valore di ciascuno viene individuato nella sua unicità e non nel suo essere uno che fa tutt’uno di masse disinformate che si affannano ad osannare (qualc)uno. Più democrazia non significa neppure che tutte le decisioni debbano essere sottoposte sempre a votazioni attraverso Internet. Significa, invece, esplorare le modalità di istruzione di una decisione, di discussione di un problema, di diffusione delle conoscenze, di apprendimento, di coinvolgimento della cittadinanza fino alla decisione motivata. Questo è il terreno fertile sui cui politica (“ciò che appartiene alla dimensione della polis”) e democrazia (il potere dei cittadini sempre più istruiti in materia) s’incontrano. Se dunque la democrazia rappresentativa dorme – e chissà se mai si risveglierà – la risposta sta nel rinnovarla. E invece, il Parlamento…Rousseau.