Sono passati poco meno di nove mesi dal matrimonio politico giallo-verde che ha portato alla formazione del primo governo della XVIII legislatura. Nonostante sia in carica da così poco tempo, ‘il governo del cambiamento‘ ha compiuto passi quasi disastrosi nei vari settori.

Mesi che sembrano essere passati in fretta a causa dei numerosi battibecchi – e non solo – tra i due vice-premier e i loro rispettivi partiti. Scontri che hanno caratterizzato i primi giorni di vita dell’esecutivo a guida Conte. Le indecisioni sulle nomine RAI, le leggi di bilancio che non hanno trovato approvazione in sede Europea e che – come un boomerang – sono state rispedite in Italia dopo la presa visione da parte della Commissione UE, le esortazioni a procedere sulla TAV e le polemiche su delle ‘manine’ che hanno misteriosamente modificato il testo sulla pace fiscale in seguito all’approvazione in Consiglio dei Ministri e prima del passaggio al Quirinale, hanno animato l’inizio della Terza Repubblica.

Significativi – negativamente – in questi mesi sono stati, inoltre, i rapporti poco amichevoli che Di Maio e il suo alleato di governo, Salvini, hanno coltivato con i nostri cugini d’oltr’alpe francesi. In particolare il – perturbante – incontro tra il ministro del lavoro Di Maio e il leader dei gilet gialli ha creato scompiglio e disordine e inclinato i rapporti con il Presidente francese Emmanuel Macron. Insomma Palazzo Chigi, al momento, presenta un discutibile equilibrio: un po’ per le notevoli divergenze tra le due forze politiche; e un po’ per la sfiducia popolare che, dopo il lungo stallo politico – durato quasi quattro mesi -, si diffonde tra gli elettori del M5s.

La questione che più di ogni altra evidenzia la fragilità e lascia presagire la caduta del governo Conte è il contestato e discusso ‘caso Diciotti‘. Nell’Agosto dello scorso anno la nave Diciotti dopo aver salvato in mare 177 migranti e aver attraccato al porto di Catania, per ordine del ministro Salvini, è costretta a restare ormeggiata al porto con il divieto di far sbarcare i naufraghi. Il capo del Viminale, mosso dalla prepotenza della richiesta d’ascolto da parte dell’UE sulla ripartizione degli immigrati nei vari stati europei, riceve l’apertura di un’inchiesta su di lui e sul suo operato riguardo gli uomini tenuti sulla nave per giorni con discutibili condizioni sanitarie (che nei giorni successivi finalmente sbarcano). Salvini viene indagato per sequestro di persona e abuso di potere dalle procure di Palermo e Catania. Essendo senatore e quindi avente diritto all’immunità parlamentare, sarà Palazzo Madama a dover decidere per la sua sorte. Dopo il voto degli iscritti del Movimento 5 Stelle sulla piattaforma Rousseau – dove i Sì a procedere sono stati il 41%, contro il 59% di No – e quello della Giunta per le immunità del Senato sull’autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro Matteo Salvini, il passaggio successivo è quello del voto in Senato. Alla luce della votazione del ‘popolo’, il Movimento 5 stelle, che rappresenta circa il 33% dei seggi nell’aula di palazzo Madama, dovrà decidere entro il 24 marzo se votare a favore o contro il processo. Il primo partito di questa legislatura, che è sempre stato contrario all’immunità parlamentare, si sta così dividendo e sfilacciando, correndo il concreto rischio di perdere una fetta cospicua del suo elettorato.

Ma come è possibile che un partito sempre contrario ai privilegi politici sia inclinato a votare NO per l’autorizzazione a procedere? Si vede in questo un vantaggio da parte del movimento, un ‘favore’ fatto alla Lega che in futuro dovrà ricambiare. Insomma una decisione strategica del M5s, il quale ha voluto ‘salvare’ il suo alleato di governo. In tutta questa strategia però c’è un tassello mancante: il partito grillino con ciò sta perdendo una mole di consensi come dimostrato dalle elezioni regionali successive al 4 Marzo clamorosamente perse dai pentastellati. Il partito di Di Maio è quindi consapevole che il ritorno a Palazzo Chigi diventa sempre più inverosimile e quindi non vuole farsi sfuggire la grande opportunità di governo realizzata con il ‘Carroccio’ cercando maldestramente di rattoppare l’esecutivo dove è possibile.

Ad incrementare ulteriormente la divisione e la precarietà dell’esecutivo è l’irraggiungibile accordo sulle autonomie delle regioni di Lombardia e Veneto. La questione infatti sta creando molto scompiglio anche all’interno della stessa Lega. Il 22 Ottobre del 2017, tramite referendum consultivo, i cittadini delle due regioni settentrionali hanno deciso di chiedere il riconoscimento di forme e condizioni particolari di autonomia dallo stivale. L’accordo, non ancora raggiunto, rappresenta una durissima partita di prova per la già vacillante impalcatura giallo-verde che rischia, ora più che mai, di crollare a discapito di una povera Italia che si vedrebbe costretta a  tornare alle urne.