É della giornata di ieri, domenica 17 dicembre, la notizia del progetto di legge di impronta leghista che appare come un vero e proprio diktat: in radio una canzone italiana su tre.

L’obiettivo della proposta che porta la firma di Alessandro Morelli – presidente della commissione trasporti e telecomunicazioni della Camera – è quello di riservare, alle radio del bel paese, più spazio alla musica nostrana. In più, una quota “pari almeno al 10% della programmazione giornaliera della produzione musicale italiana” dovrebbe essere “riservata alle produzioni degli artisti emergenti”.

 

ÉG(U)ALITÉ, FRATERNITÉ, (NE PAS) LIBERTÉ

Il disegno di legge, che porta il nome di “disposizioni in materia di programmazione radiofonica della produzione musicale italiana”, deve ancora essere sottoposto al vaglio di Camera e Senato. Le prime indiscrezioni sono fornite proprio dal Presidente della Commissione Trasporti, il quale afferma che nel dettaglio, la proposta prescrive all’art. 2 che “le emittenti radiofoniche, nazionali e private” debbano riservare “almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea durante le 24 ore di programmazione”. Inoltre, una quota “pari almeno al 10 per cento della programmazione giornaliera della produzione musicale italiana è riservata alle produzioni degli artisti emergenti». Il ddl prevede poi fino a 30 giorni di sospensione delle attività radiofoniche per le emittenti che non seguono la procedura. In attesa della sottoposizione al Parlamento, il giornalista Alessandro Morelli può trovare conforto nelle parole dell’ugola di Cellino San Marco, Al Bano Carrisi, che aggiunge: “Solo una canzone italiana su tre è poca cosa. Almeno sette su dieci”. Il cantantautore italiano però farebbe bene a non far arrivare la sua voce alle orecchie dei ministri e parlamentari pentastellati quando vede alla Francia come un modello: “Là le radio trasmettono il 75% di musica nazionale e il 25% di musica straniera. Tuteliamo la nostra tradizione”.

 

MOOD “MAH”

A discapito di quanto affermato da La Repubblica, il disegno di legge è stato affidato alle Commissioni Parlamentari lo scorso 6 febbraio, quindi ben prima dell’attesa finale di Sanremo, tenutasi invece sabato 9 febbraio. Le dichiarazioni dell’ex direttore di Radio Padania all’AdnKronos – secondo cui “La vittoria di Mahmood all’Ariston dimostra che grandi lobby e interessi politici hanno la meglio rispetto alla musica” – sono quindi la conferma di un pensiero già consolidato. Certamente un festival, quello del 2019, che ha fatto discutere. Da un lato, le polemiche di chi ha etichettato la 69esima edizione del contest della musica italiana, come ‘sovranista’ per la scelta degli organizzatori di avere sul palco solo cantanti italiani. Dall’altro le considerazioni razziste che hanno preso piede sul web sul conto del vincitore della kermesse, Alessandro Mahamoud. Il cantante, avendo infatti madre sarda e padre egiziano, non sarebbe un autentico discendente di Romolo e Remo. Il giovane talento italiano è stato lungimirante nella scelta del nome d’arte: c’è molto per cui restare allibiti.

 

ODI ET RADIO

“Le nazioni civili d’Europa hanno deposto gran parte degli antichi pregiudizi nazionali sfavorevoli ai forestieri, dell’animosità, dell’avversione verso loro, e soprattutto del disprezzo verso i medesimi e verso le loro letterature, civiltà e costumi, quantunque si voglia differenti dai propri”. La descrizione ottocentesca di un’Europa fragile, risuona più attuale che mai; oggi come in epoca Leopardiana, i cittadini del Vecchio Continente, sembrano in preda alla paura del domani e al timore di perdere la propria identità. È su di loro che i nazionalismi di Salvini, Kurz e Orbàn attecchiscono al meglio. Come una malattia diffusa, quella rabbia sorda che anela all’isolamento e all’autoritarismo, è comune a tante altre nazioni europee: le politiche di Austria e Ungheria ne sono solo un esempio. Tuttavia, l’odio e il disprezzo incontrollati contro il diverso, l’Europa, le istituzioni e tutto ciò che c’è di democratico sono un qualcosa di nuovo, un’assurdità che trova realizzazione attraverso la rete, la tv, e anche attraverso la radio, migliaia di volte al giorno. Inutile avvallarsi nell’idea che futuro è una sorta di ascensore che automaticamente va verso l’alto, i progressi dipendono dalle capacità e dal contingente umano di ciascuna popolazione. Niente è predeterminato. Ecco perché è necessario intervenire, perché questa rabbia non dilaghi a macchia d’olio travolgendo tutto, comprese le telecomunicazioni. Episodi come questo manifestano l’esigenza di tutelare quei diritti fondamentali, cuore dei valori comunitari, anche nei luoghi del sapere, della formazione.

 

QUOTE DI ITALIANITA’

Il ddl fa luce sulla crisi di un settore – quello musicale – che non può risolversi obbligando la programmazione del 30% di canzoni italiane in radio. La musica italiana dovrebbe invece tutelarsi dando più dignità all’insegnamento della musica, assicurando finanziamenti o erogando borse di studio per i meritevoli in campo musicale. “Mi auguro – conclude l’ex direttore di Radio Padania – che questa proposta dia inizio a un confronto ampio sulla creatività italiana e soprattutto sui nostri giovani”. Una sola affermazione che però apre la porta ad innumerevoli domande: cosa si intende per la “creatività italiana”? La musica cantata da un italiano, nella sua lingua madre? E se un italiano canta in inglese? E se c’è un duetto con un argentino? E se il disco è stato masterizzato a L’Avana, mixato a Vancouver e stampato a Pechino? È lecito dunque interrogarsi su quali sono i criteri che farebbero della canzone di Ultimo, una canzone più italiana di quella di Mahmood. Chi è dunque a decidere le “quote di italianità” delle canzoni da mandare in radio?