È morto sabato 23 marzo all’età di 92 anni Rafael Eitan, ex ministro, membro dello Shin Bet e del Mossad, agenzie di intelligence israeliane. Nel 1960 guidò la squadra di 12 spie che catturò e portò in Israele l’ufficiale delle SS, Otto Adolf Eichmann.

Il premier Benjamin Netanyahu l’ha definito “eroe di Israele”, mettendo in luce quanto la figura di Eitan assuma rilievo non solo all’interno dei servizi segreti, ma anche nella storia del Paese.

[fonte La Repubblica]

Figlio di genitori russi emigrati in Palestina, nel 1944 Eitan, con l’aiuto di Yitzhak Rabin – poi diventato uno dei più illustri politici israeliani – aiutò gli immigrati ebrei a entrare nei territori di quella che era allora la Palestina mandataria aggirando i divieti inglesi o liberandoli dai campi di detenzione come quello di Atlit, dove erano stati rinchiusi dall’esercito britannico. Gli era stato affibbiato il soprannome di ‘Rafi the stinker’, ovvero ‘Rafi il puzzolente’: nel 1946, infatti, aveva dovuto attraversare vari canali di scarico maleodoranti per far saltare ad Haifa il radar inglese che tracciava l’arrivo delle navi clandestine ebraiche.

Nel 1959, un informatore gli aveva comunicato che Eichmann viveva in un sobborgo di Buenos Aires e si faceva chiamare Ricardo Klement. Il 23 maggio 1961, il Primo Ministro David Ben Gurion annunciava alla Knesset – il Parlamento israeliano – la cattura del funzionario tedesco per mano di Eitan e della sua squadra di agenti. Per Eichmann si aprivano le porte della giustizia a cui era riuscito a sfuggire per circa quindici anni.

 

IL CASO EICHMANN

Adolf Eichmann era stato responsabile della sezione IV-B-4, competente sugli affari concernenti gli ebrei, dell’ufficio centrale per la sicurezza del Reich. Non era mai andato oltre il grado di tenente-colonnello, ma per l’accusa aveva svolto una funzione importante, su scala europea, nella politica del regime nazista: aveva coordinato l’organizzazione dei trasferimenti degli ebrei verso i vari campi di concentramento e di sterminio.


[fonte: The Vision]

Il procuratore generale israeliano, Gideon Hausner, gli imputò ben quindici capi d’accusa per crimini contro il popolo ebraico dopo il 1941, secondo la legge israeliana, e per crimini contro l’umanità per i fatti anteriori agli anni Quaranta, secondo le norme internazionali. Nonostante la linea difensiva era quella di dichiararsi non colpevole poiché leale servitore del suo Paese durante la guerra – e in quanto tale, innocente – Eichmann fu ritenuto colpevole e dunque condannato a morte. Il 31 maggio del 1962 fu impiccato nella prigione di Ramla e le sue ceneri sparse in mare al di fuori delle acque territoriali israeliane.

Il famoso processo, trasmesso su scala mondiale, assunse notevole rilievo: per la prima volta, erano degli ebrei a sedere sugli scranni della corte. Per la prima volta giudici ebrei erano chiamati a giudicare un non-ebreo accusato di essere responsabile tecnico della Soluzione finale, lo sterminio di sei milioni di ebrei. È il processo con cui Israele affronta e quasi rivive una delle pagine più drammatiche della storia del popolo ebraico: la Shoah. Un momento quasi catartico per quegli israeliani reduci dall’Olocausto che erano considerati come ultima ruota del carro del popolo ebraico, come esempio delle conseguenze disastrose della diaspora. Prima del processo, le storie dei sopravvissuti non rientravano all’interno del mito ebreo concretizzatosi con il sionismo: in un società che disprezzava la diaspora, non vi era alcuna empatia per chi veniva dall’Europa. Il processo Eichmann fu essenzialmente il primo passo per considerare anche le vittime della sterminio come connazionali.

 

LA BANALITÀ DEL MALE

Hannah Arendt, filosofa e studiosa di teoria della politica, seguì le 120 sedute del processo Eichmann come inviata del settimanale New Yorker a Gerusalemme. La prima reazione della Arendt alla vista di Eichmann fu più che sorpresa: “Restai colpita dalla evidente superficialità del colpevole, superficialità che rendeva impossibile ricondurre l’incontestabile malvagità dei suoi atti a un livello più profondo di cause o di motivazioni. Gli atti erano mostruosi, ma l’attore – per lo meno l’attore tremendamente efficace che si trovava ora sul banco degli imputati – risultava quanto mai ordinario, mediocre, tutt’altro che demoniaco o mostruoso”. La percezione che l’autrice ha avuto di Eichmann è stata quella di un uomo comune, caratterizzato dalla superficialità e mediocrità, non intrinsecamente cattivo, ma semplicemente superficiale e inetto, un “joiner”, per dirla con le parole del New York Times. La rivista inglese riporta le convinzioni della Arendt secondo cui non è stato l’antisemitismo a condurre Eichmann nel partito, bensì l’idea di appartenenza a quel gruppo. Egli non agì per nessun altro motivo se non per assicurarsi diligentemente di far avanzare la propria carriera nella burocrazia nazista. La Arendt ha sintetizzato queste caratteristiche di Eichmann nella formula “la banalità del male”, da cui prenderà il nome il suo libro.  E questa banalizzazione è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché porta – come fu detto e ripetuto a Norimberga dagli imputati – a commette reati in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male. Una ‘normalità’ che fa sì che alcuni atteggiamenti comunemente ripudiati dalla società – in questo caso i programmi della Germania nazista – trovino la loro manifestazione nell’individuo che non riflette sul contenuto delle regole ma le applica incondizionatamente.

 

“MUORE VECCHIO CHI È CARO AGLI INFAMI”

I commenti che si leggono sui social  in merito alla morte di Rafi Eitan sono diversi, ma alcuni catturano l’attenzione più di altri. Infatti accanto a messaggi di cordoglio, se ne leggono altri molto sprezzanti. L’origine del disprezzo è da ricondurre alla carica ricoperta da Eitan tra le file del Mossad, l’istituto centrale per l’intelligence e le missioni speciali, responsabile degli informatori sparsi nei vari Paesi, della raccolta delle informazioni, delle azioni clandestine e del contro-terrorismo al di fuori di Israele.

Al netto di quanto possa essere non condivisibile la metodologia utilizzata dal Mossad in alcuni contesti e di quanto possa essere condannabile Israele rispetto al trattamento dei palestinesi, può l’odio verso Israele essere talmente profondo da portare – nella notizia in cui si parla della morte dell’uomo che catturò Eichmann – a dire “Muore giovane chi è caro agli dei, muore vecchio chi è caro agli infami”?

Perché la reazione che la morte di Eitan ha generato non ha contribuito a scurire quella pagina già nera che è stata il nazismo con le atrocità ad esso connesse? Perché ad oggi la crudeltà operata da Hitler passa in secondo piano? È corretto in questa circostanza puntare i riflettori sul Mossad, sui servizi segreti e sul conflitto israelo-palestinese?

Del conflitto è utile ricordare che affonda le sue radici nei primi anni del Novecento, quando la Società delle Nazioni trasferì la Palestina sotto il controllo dell’Impero britannico, il quale si era detto favorevole nella nota Dichiarazione Balfour del 1917 alla costituzione di un focolare nazionale per il popolo ebraico nella regione, favorendo le ondate migratorie alimentate dal cosiddetto movimento sionista. La motivazione principale del conflitto non è, a dispetto di quanto molti credono, di carattere religioso. La disputa riguarda, in primis, chi ha diritto a quali territori e come questi devono essere amministrati. Nonostante il tentativo dell’Onu nel 1947 di divisione dell’area tra uno Stato palestinese e Israele, mettendo Gerusalemme – città sacra per entrambi i popoli – sotto regime speciale internazionale, la questione è rimasta irrisolta per oltre un settantennio, e continua a segnare profondamente il Medio Oriente.

Scorrendo ancora i commenti sotto il post de La Repubblica sulla notizia, è possibile leggere il pensiero di Pietro C., il quale fa riferimento al conflitto esploso nel 1948, dopo il quale Israele si spinse ben oltre i confini stabiliti dall’Onu. Quel territorio – dopo decenni di guerre, violenze e scontri – continua ancora oggi a non trovare pace, come dimostrano anche gli accadimenti delle ultime ore: è ripreso lo scontro, iniziato due giorni fa, tra Israele e l’organizzazione palestinese Hamas, durante il quale un razzo sparato da Gaza aveva colpito una casa a nord di Tel Aviv.

Al di là delle posizioni che si possono assumere rispetto al conflitto, sia che si prendano le parti della causa palestinese sia che si appoggi la causa israeliana può questo cancellare in poche battute gli anni bui del nazismo, peraltro quando la notizia – è bene ricordarlo – sarebbe quella della morte dell’uomo che catturò Eichmann?

 

IL BISOGNO DI SICUREZZA DEGLI ITALIANI

Ho fatto solo il mio dovere”: una frase più volte ripetuta dal nostro Ministro degli Interni per rispondere all’accusa di sequestro di persona aggravato nei confronti dei migranti rimasti, ad agosto, per giorni a bordo della nave militare Diciotti, in condizioni fisiche e psicologiche molto precarie. Una– falsa – assimilazione tra obbligo e legalità, diventata il mantra del governo felpastellato, che sembra voler legittimare l’infrazione di una legge in virtù di un dovere morale. Non è però l’unico episodio. È poi di un mese fa la notizia di Matteo Salvini che – commentando la presa di posizione di una mamma quotidianamente provata dagli episodi di razzismo di cui è vittima suo figlio – ha invitato la signora a rispettare il “bisogno di sicurezza degli italiani”.

[fonte: Wired]

“Ammazza al negar” e l’immagine di una svastica sono il messaggio comparso nell’androne di un palazzo a Melegnano, comune in provincia di Milano, in cui vive la famiglia italiana che ha adottato Bakary Dandio, un ragazzo senegalese di 22 anni arrivato in Italia su un barcone dalla Libia quattro anni fa. Un odio che la mamma di Bakary ha ricondotto al clima da ‘caccia allo straniero’ che si respira nel Paese, sottolineando come “Quello che sta accadendo in Italia è amplificato anche da alcuni politici”

La risposta del vicepremier leghista non si è fatta attendere: “Io rispetto il dolore di una mamma, abbraccio suo figlio e condanno ogni episodio di razzismo e la signora rispetti la richiesta di sicurezza e legalità che arriva dagli italiani, che io concretizzo da ministro. Bloccare gli scafisti e i loro complici, fermare l’immigrazione clandestina, assumere poliziotti, installare telecamere ed espellere i criminali è semplicemente giustizia, non è razzismo o tantomeno fascismo”.

Salvini non sbaglia: gli italiani hanno certamente bisogno di sicurezza. Viene da chiedersi se questa esigenza vada ricordata di fronte al grido disperato di una madre che ogni giorno prova a difendere suo figlio dall’odio razzista di chi non trova niente di meglio da fare che disegnare svastiche.

IN CONCLUSIONE

Il timore che si sia in presenza di un appannamento della memoria collettiva della vecchia Europa e di una crescente crisi del senso storico nelle nuove generazioni, è molto più che fondato. La memoria del genocidio, una volta istituzionalizzata nella forma della commemorazione, nella giornata del 27 gennaio, ha assunto una funzione redentiva: il giorno della memoria si è trasformato in una sorta di debito verso gli ebrei, piuttosto che in una assunzione di responsabilità.

Lo sguardo al passato dovrebbe interrogare il nostro essere europei e la nostra cultura occidentale. Sfuggire a questo confronto significa non solo perdere un’occasione ma prolungare quei meccanismi di rimozione e falsificazione attuati dai poteri forti. La dimensione commemorativa, priva di una interrogazione di quel che sono stati gli accadimenti storici legati al nazismo, innesca un processo di banalizzazione del male che consente anche di ‘comprendere’ una svastica.

I fatti ci dimostrano come non è necessario attendere un altro Eichmann per rendersi conto che il male si nasconde dietro i gesti e le parole del quotidiano.

La conseguenza è l’oblio più bieco.