Con un video di 18 minuti il capo del sedicente Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi ha lanciato in modo chiaro e nitido il suo messaggio al mondo: sono ancora qui, vivo e vegeto. Le immagini dell’ autoproclamato califfo della Umma islamica in poche ore rimbalzano in ogni angolo del globo. Facendo polpette di proclami, notizie e retroscena che lo avevano dato per morto in più di un’occasione.

Al-Baghdadi 2014-2019

Le ultime immagini disponibili, risalenti al 2014, ritraevano al-Baghdadi nella moschea al-Nuri di Mosul mentre proclamava la nascita dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante. Cinto di una veste nera e con un turbante altrettanto nero sul capo, il leader di Daesh – acronimo arabo usato per definire la realtà califfale – deponeva la pietra tombale sugli accordi Sykes-Picot. I negoziati anglo-francesi del 1916 che determinarono de facto quello che poi sarebbe divenuto ufficialmente il confine tra Siria e Iraq.

A quasi cinque anni di distanza, Ibrahim al-Samarra’i – forse il vero nome di al-Baghdadi – si mostra in video con un look completamente diverso. Non è più il carismatico e ieratico capo religioso che tiene una concione in moschea, ma un comandante di campo militare, assiso in compagnia dei suoi luogotenenti. La barba canuta tinta di hennè, il kalashnikov alle spalle – come un Osama Bin Laden della prima ora – e uno smanicato multitasche come giubbotto.

Perché ora?

Il timing per la pubblicazione del video non è casuale, come pure il “copione” seguito dal leader. La ricomparsa di al-Baghdadi sugli schermi dopo tutto questo tempo arriva dopo gli attentati in Sri Lanka, dopo le stragi di Christchurch ma anche – e soprattutto – dopo la battaglia di Baghouz. L’ultima roccaforte dell’Isis in Siria, la cui caduta ha segnato la fine dell’esperienza statuale del Daesh. Degno di nota, ma assai poco discusso, il fatto che ci si aspettava che lo stesso al-Baghdadi si trovasse a Baghouz quando è stata conquistata dalla coalizione internazionale a guida USA e dalle forze di terra curdo-arabe. E invece, come suggeriscono alcuni “elementi di scena”, il video sembrerebbe girato in Iraq. Come abbia fatto il leader del califfato ad arrivarvi illeso da Baghouz non è dato sapere.

Ora, il Califfo si mostra così: un combattente ancora pronto a vender cara la pelle nonostante lo Stato Islamico vero e proprio abbia perso completamente la propria unità territoriale. Il video è editato e artefatto per massimizzarne l’effetto mediatico. Il riferimento alla strage di Pasqua in Sri Lanka, inoltre, sarebbe in un audio aggiunto solo in secondo momento. E’ un modo per dare autenticità al prodotto, garantendo che è stato girato in tempi recenti.

Che ne è del califfato?

La ricomparsa di al-Baghdadi – che di volta in volta era stato dato per morto da russi, iracheni e regime siriano – lascia intendere due delle traiettorie che Daesh tendenzialmente prenderà ora che è tornato ad essere “uno stato senza stato”. Da una parte, come ritengono analisti internazionali come Hassan Hassan del Tahrir Institute, Daesh tornerà alla sua fase mimetica, nascosta. Praticamente all’humus in cui lo Stato Islamico si è formato nel nord dell’Iraq a seguito dell’instabilità causata dall’invasione americana del 2003. Dall’altra, alla guerra di fronte combattuta finora sul confine siro-iracheno si sostituirà un ritorno alla guerriglia, ad attentati sanguinosi, incursioni mordi e fuggi e tentativi di destabilizzazione a macchia di leopardo.

Il punto di partenza per questa nuova fase saranno i vari Wilayàt (governatorati) ancora esistenti in piccole ma importanti porzioni del mondo arabo-islamico. Queste enclave dello Stato Islamico si estendono dal Congo all’Africa subsahariana, dal Sinai all’Afghansitan (Wilayat Khorasan), dal Caucaso fino alle Filippine, con gruppi  in India, Uzbekistan, Filippine, Sri Lanka e Indonesia. Basti pensare che a pochi giorni dall’inizio dell’ultima escalation in Libia, con l’avanzata di Haftar verso Tripoli, il capo del consiglio municipale della cittadina di Fuqaha è stato barbaramente assassinato nel suo paese. Un omicidio prontamente rivendicato dallo Stato Islamico nel Maghreb.

Insomma, se gli annunci sulla “sconfitta dell’ISIS” non erano veri fino a qualche mese fa quando stava per cadere Baghouz, non lo sono ancora oggi.

La progressiva perdita di territorio dello Stato Islamico da gennaio 2015 a novembre 2018

Tutto cambia affinché nulla cambi

Sullo sfondo resta un dato di fatto incontrovertibile. Il terreno di coltura in cui l’esperienza dello Stato Islamico è nata e cresciuta è cambiato di poco se non di nulla. L’area del Medio Oriente e del Nord Africa presenta ancora quei semi di instabilità politica e malcontento popolare che sono alla base della crisi di governance in auge almeno dal 2011. Sotto le ceneri della restaurazione cova ancora il fuoco delle istanze portate nelle piazze arabe da milioni di uomini e donne in cerca di dignità, pane e cittadinanza.

Finchè i governanti della regione – dagli autocrati a quelli più “illuminati” – non faranno qualcosa per modificare questo stato di cose, realtà come Daesh avranno sempre quel pizzico di linfa vitale necessario per restare in vita.

Leggi anche: 60 Anni Di Storia: Il Liceo Scientifico Federico II Di Svevia