Quello di Giandomenico è un volto già noto agli amici lettori di Sedici Pagine. Pochi giorni fa, in un’intervista che abbiamo pubblicato sui nostri canali social e che potete rivedere qui, ci ha raccontato la sua esperienza di vita come volontario; oggi è di nuovo con noi, per parlarci di come una piccola farfalla blu possa salvare la vita dei bambini meno fortunati in Senegal.

Giandomenico, quest’inverno hai trascorso tre mesi in Senegal, a Dakar. È stata la tua prima esperienza di volontariato in Africa. Come ti sei messo in contatto con l’associazione “Papillon Bleu” (farfalla blu in lingua francese, n.d.r)? Quali sono gli obiettivi di questo progetto?
É nato tutto perché tanti anni fa stavo cercando un progetto in Africa, sembra facile trovarlo ma non è neanche così semplice. È semplice partire con l’aiuto dell’associazione, ma se non conosci il contesto, non sai come muoverti e non hai contatti, diventa complicato. Questa è stata la prima volta ma sono sei anni che ci sto provando. All’inizio ho contattato il Vaticano per poter partire con un’associazione cattolica che opera in questo campo in Congo e Gabon, però non è stato possibile perché si sono riscontrate difficoltà logistiche. Quindi mi sono arreso, fino a quando non ho conosciuto – tramite un’amica – Nancy Diop Diakhaté, creatrice del centro Papillon Bleu, colei che mi ha ospitato a Dakar, dove lavora come membro del ministero della salute. Inoltre fa parte di ANPISED, un’organizzazione che si occupa di tutela e integrazione di bambini con disabilità psicomotorie. E in realtà grazie ad ANPISED (Association Nationale Pour la Protection et l’Integration Sociale des Enfants Deficients) Nancy è riuscita a creare questo centro. Quindi all’inizio grazie ad una piccola partecipazione dello stato senegalese che ha aiutato nella creazione del centro e poi anche nel reclutamento dei ragazzi, che è stato possibile realizzare questa scuola. Reclutamento perché è stata l’associazione ad entrare nelle famiglie con bambini disabili, a sensibilizzarle sull’argomento perché parlare di una cosa del genere a delle famiglie poverissime che non hanno mai visto spiragli o ampie prospettive per i propri figli, è una mano dal cielo. E quindi chi con le proprie possibilità, chi continua a frequentarlo anche senza donare nulla alla scuola (e per amore di questi ragazzi si fa), è nata questa scuola nel 2007.

Quali sono le difficoltà a cui la scuola deve far fronte e quali aiuti riceve dall’esterno?
Sono già 12 anni che la scuola è aperta, con non poche difficoltà poiché c’è soltanto un container diviso in due che formano due classi. Non ci sono lavagne o strumenti didattici, quella poca roba che abbiamo arriva dall’Italia, da un paese che si chiama Vergiate, un paese vicino Milano. Grazie al sindaco di questa città e grazie all’Associazione  dei Commercianti di Vergiate che hanno investito parte del loro denaro per acquistare il materiale scolastico, un furgone che oggi riesce a recuperare nove bambini nella zona di Pikin e molto altro. Quindi aiuti anche esterni: una volta un’associazione spagnola ha dato una mano per la costruzione di questo container, per la creazione di un’altra aula. Per questo io oggi ad Altamura cerco di coinvolgere, di poter avvicinare associazioni o imprenditori che vogliono aiutare questa scuola: perché molto spesso – per quello che ho potuto notare in questi tre mesi – è molto distante da queste realtà, non investe, non c’è una politica, non c’è niente che tuteli questi ragazzi.

Le disabilità costringono 100 milioni di bambini nel mondo a vivere in condizioni non semplici, talvolta persino ai margini di quelle società in cui non si è ancora sviluppata una vera cultura dell’inclusione. In Africa, questa condizione è aggravata dalla povertà. In che modo le famiglie senegalesi affrontano questa difficoltà?
E’ vissuta in modo particolare perché molto spesso le famiglie di questi ragazzi con disabilità vivono le difficoltà come una maledizione, una punizione divina. Molti ragazzi vivono chiusi in casa, chiusi a chiave dentro le proprie stanze, bambini che non hanno mai visto la luce, lasciati lì per terra. Molti poi avendo questi problemi fisici se non vengono seguiti da dottori e specialisti, vedono peggiorare la loro condizione e i loro muscoli si atrofizzano. Io ho visto una bambina che non riusciva a muovere gli arti ed essendo stata seduta tutta la vita ha assunto una posizione che ricorda quella di un polipo. Una scena che se non la vedi non te la so neanche spiegare. Questo per dirti che ci sono bambini con difficoltà che vengono lasciati lì per terra, in mezzo alle mosche, non vengono lavati, non vengono cambiati. E questo anche perché molto spesso, dinnanzi alla presa di coscienza di un bambino disabile, i padri abbandonano le rispettive mogli da sole alle loro difficoltà nella gestione di questi ragazzi. Oppure i genitori aspettano la morte di questi ragazzi. Non c’è una prospettiva, un orizzonte, non c’è niente. Tranne per questi pochi che frequentano la scuola, anche se comunque quando finisce la scuola non sanno dove sbattere la testa perché dopo non acquisisci le conoscenze per diventare un meccanico o un artigiano, che è quello che invece la signora spera. Spera che ci siano educatori che permettano di sviluppare quelle abilità che permettano un domani di inserirsi nel mondo del lavoro e della società.

Dopo questa tua esperienza senti di poter sfatare qualcuno dei tanti “miti negativi” che animano i discorsi spesso superficiali sul continente africano? In un mondo sempre più colorato poi, non sono rari i casi in cui – per chiusura – da noi si faccia fatica ad accettare il nero perché magari viene da lontano, e quindi è percepito come “diverso”: ebbene, come hai vissuto tu la medesima condizione a parti invertite, lì dove è il bianco ad essere “diverso”?
Assolutamente! È un popolo molto aperto infatti è chiamato il popolo della teranga, il popolo dell’accoglienza ed effettivamente sono cosi, sono molto accoglienti con gli stranieri. Non ho avuto alcun tipo di problema, ogni posto in cui sono andato mi hanno accolto bene, ho chiacchierato un sacco. È gente che vuole chiacchierare, gente che non ha un granché da fare durante la giornata. Sono ragazzi che molto spesso non hanno un posto fisso, molto spesso aspettano all’angolo della strada qualcuno che dica loro “guarda oggi ci sono da spostare questi tufi” quindi si fanno la giornata, per riuscire a prendere pochi franchi. Non ho avuto grosse difficoltà. Forse ho avuto delle difficoltà con chi non parlava il francese, ma il wolof. Quindi forse lì ma di comprensione. Quando sono arrivato in Africa, ho vissuto in casa di Nancy, la fondatrice di Papillon Bleu, ho vissuto con lei e la sua famiglia in casa, adeguandomi perfettamente a quelle che sono le loro tradizioni, a prevalenza musulmana e quindi anche il modo di mangiare tutti insieme dallo stesso piatto, il fatto di non rinunciare mai ad un invito a sedersi con loro, anche i più poveri ti invitano a mangiare dal loro piatto e non puoi rifiutare – QUINDI NON LO FATE – perché è un gesto di fratellanza. Loro vedono tutti come fratelli e questo lo percepisci con il saluto “as-salam ‘alayk/kum” – che è arabo e non senegalese wolof – che significa “pace a te”. E questo è già un inizio, un approccio, diverso da un “ciao” o da una pacca su una spalla. Sono tante piccole cose di cui noi non siamo a conoscenza perché passano attraverso i media, i giornali, la televisione, i quali focalizzano l’attenzione sulle situazioni negative di questa gente, senza mai focalizzarsi sulle situazioni positive che ci sono – e sono tantissime –, etichettando questa gente sulla base di episodi negativi comuni a tutte le società, e quindi la gente crede a quello che i media trasmettono. Se per esempio io dico ad un uomo che lui è un criminale, lui tenderà a convincersene e a delinquere, è normale, fa parte proprio dell’uomo. Come ci si sente all’essere l’unico bianco… ti senti un po’… in quel momento sei tu l’immigrato! Sei tu che sei nel loro paese e quindi la senti un po’ la soggezione. Te la fanno un po’ sentire negli autobus. È difficile vedere un bianco su uno di quegli autobus cittadini, quelli quasi tutti distrutti che vanno in giro per le strade, e quindi la gente ti guarda, non passi inosservato. Qualcuno mi ha anche chiesto perché prendessi l’autobus e non il taxi, tu che sei bianco e puoi permetterti il taxi. Da europeo il taxi mi sarebbe costato un euro e cinquanta, un euro e ottanta e farei un sacco di km. Però era la voglia di frequentare i loro luoghi comuni e quindi gli autobus, le strade, i mercati, i negozietti. Quindi anche quando entravo nei negozietti per loro era strano, perché si aspettano che il bianco vada al supermercato perché ce ne sono, c’è anche un quartiere abbastanza ricco, frequentato dai bianchi e da senegalesi ricchi.

Raccontaci la tua giornata tipo.
Mi svegliavo la mattina prestissimo, alle 6.30, per raggiungere la scuola che si trovava a soli 10 km, quelli che noi percorreremmo in dieci minuti e invece lì ci volevano quasi due ore se tutto andava bene per attraversare tutta Dakar per arrivare nella banlieue, ovvero la periferia di Dakar, in un quartiere che si chiamava Pikin. Ci spostavamo con l’autobus, con la linea 43, che era una linea incredibile perché attraversava un sacco di quartieri e quindi era bello. Un bello che significa anche affascinate, strano, è un insieme di tante cose perché vedi la città che si trasforma perché si passava da un quartiere agiato come quello di Ouakam a quello di Pikin e quindi baracche, sabbia, capre e cavalli ovunque, uno scenario che cambiava continuamente. Quindi arrivavo alla scuola tra le 9.30 e le 10.00 e si cominciavano le lezioni, avevo creato un programma giornaliero e quindi c’era calcolo, grammatica, arte, sport, geometria, c’erano tante attività. Perché le loro difficoltà non sono state seguite negli anni, quindi hanno dovuto mettere in campo altre capacità. Per esempio dover ripetere ogni giorno l’alfabeto a me sembrava una cosa da folli, impossibile non riuscire a riconoscere la ‘A’ se l’ho spiegata ieri. E invece no. E ho visto dei progressi, piccoli, ma progressi. Bambini che non riuscivano ad acchiappare una palla per le proprie difficoltà motorie. Per questo facevo giocoleria, perché la giocoleria è una attività psicomotoria che aiuta a coordinarti. Poi finiva la mattinata e tornavo verso casa, con la solita linea 43, mi facevo altre due ore, 35 gradi, autobus senza aria condizionata… Facevo il mio programma per il giorno dopo e quando finivo andavo in una spiaggia chiamata “la mamelle”, proprio “le mammelle” perché sono queste due colline che hanno appunto la forma dei seni femminili di questa donna che secondo la tradizione protegge questa zona di Dakar, dove c’è un faro, il faro di Dakar e passavo la mia serata.

A proposito del tuo rapporto con il clima: com’è stato abituarsi ai diversi cambiamenti?
Piacevole sotto tanti punti di vista, ma stressante quando vedi solo sole e mai una nuvola per tanti giorni. E tu vuoi la pioggia, ma è la stagione secca che va da metà ottobre fino ad aprile più o meno. E quindi è stressante. La sera in famiglia si vedeva il meteo in TV e ti chiedevi “perché lo fate?!” era inutile, c’era sempre questo Sole gigantesco.

Il ricordo più bello che hai? So che è difficile e per certi versi riduttivo… dai diciamo il primo che ti viene in mente!
Non per essere sentimentalista però i momenti con i bambini sono stati i più belli, perché loro ti aspettano proprio con l’ansia che arrivi a scuola. Ecco perché quando sono andato via sono rimasto male al pensiero che loro non mi avrebbero più visto e sarebbero ritornati ad uno stile giornaliero più lento, senza gioco… E quindi mi porto i loro sorrisi, era bello stare a scuola. Mi porto anche il ricordo della domenica mattina che era il momento in cui si stava fuori casa dove il papà faceva il tè. E quindi era un momento bellissimo che passavo con la famiglia che mi ha ospitato che è stata gentilissima, forse fin troppo. Allora ti alzavi la domenica mattina tardi, perché loro non volevano che ti svegliavi presto, si arrabbiavano. Ma c’era puntualmente un gruppo di cristiani che suonava e faceva le prove della messa. E la famiglia era arrabbiatissima, ma non per i canti – poiché la famiglia in cui stavo era musulmana –, quanto piuttosto perché iniziavano molto presto le prove.

Cosa è successo al tuo rientro dopo il progetto?
Brutte sensazioni. Non è stato facile. Pensavo di affrontare tutto in modo più sereno, credevo che erano delle dicerie, quel “mal d’Africa”. E invece posso confermare che esiste, è una cosa quasi inconscia, non puoi controllarlo, perché fa parte di tutta la tua sfera, anche se non vuoi pensarci, non puoi dimenticare, non puoi. Non puoi perché sei qui di nuovo. L’aereo che è un mezzo che vorrei evitare perché ti porta  troppo velocemente da un posto all’altro e non hai tempo di metabolizzare, quindi tu arrivi di nuovo qui e bpfuuuf – questo suono mi piace perché fa immaginare il caos – e quindi a casa se ne sono accorti perché rispondevo male. Volevo andare via. Non necessariamente ritornare lì, ma andare proprio via perché avevo bisogno di capire cosa era successo, cosa avevo fatto realmente. Quindi poi sono partito di nuovo, sono andato in montagna, in un contesto diverso con bambini diversi, con possibilità diverse. Quindi vedere questi due mondi a confronto, che non è il bene e il male, ma la ricchezza e la povertà. E sono mondi quello della povertà e quello del male, che non vanno evitati, ma affrontati.

Cosa vorresti dire a chi ha voglia di fare una esperienza simile alla tua?
Vorrei dire loro, sinceramente di farla, di avere paura. Se si ha paura si fanno le cose altrimenti se non si ha paura si sta con le mani in mano. Affrontate le vostre paure, provateci, non state lì a rispondere a quelle domande “ma come, quando, dove” perché le risposte non sono casa, ma sono altrove che vi aspettano.

Quindi se volete fare i volontari chiamatemi…  (squilla il telefono) Ah, vedi già mi stanno chiamando!