Matteo Salvini è in campagna elettorale permanente, e ogni occasione è buona per rimarcare l’obiettivo: la vittoria del fronte sovranista – e quindi anche e soprattutto della Lega –, alle elezioni europee del prossimo 26 maggio.

DIO LI FA E POI LI ACCOPPIA

Già nello scorso mese di agosto, l’Europa ha assistito al Royal Wedding politico dell’anno: l’incontro tra il leader leghista e il premier ungherese Viktor Orbán. Allora, Orbán assicurò che lui e Salvini fossero “compagni di destino”. Matteo chiosò: “Solo politicamente, però”. Orbán poi aggiunse: “Salvini in Ungheria è popolarissimo, se si candidasse vincerebbe le elezioni”. Mai parchi nelle reciproche lodi, ancora oggi i due leader sembrano danzare in pubblico una loro csàrdàs politica: una danza magiara, perché alla fine la musica pare sceglierla a tutti gli effetti Orbán. Dietro l’apparente sintonia infatti, sui nodi decisivi la partita la sta vincendo il premier ungherese, che sul tema dell’accoglienza è stato chiaro: Budapest non prenderà neanche uno dei migranti che l’Italia vorrebbe distribuire in Europa. Il no netto all’immigrazione è comunque punto d’incontro. La tesi di Orbán è semplice: non bisogna trasferire i profughi, ma impedire loro di entrare. Intanto però, il tema va affrontato nell’immediato: se da un lato Salvini vorrebbe ridistribuire un po’ dei migranti che – sempre meno per la verità – continuano ad arrivare, a Orbán preme tenere i confini magiari sigillati. Salvini e Orbán difendono dunque interessi diversi, ciò che li unisce è l’obiettivo strategico: dimostrare che l’Europa sta fallendo e che quindi occorre unire le forze per cambiarla. Come? Puntando sulla formula dell’Europa delle nazioni, ridimensionando il ruolo di Bruxelles e concentrando la sovranità nei singoli Stati.

CIAO CIAO ORBÀN

Un flirt coltivato nel tempo e culminato nell’abbraccio del 2 maggio. La scorsa settimana infatti il Ministro degli Interni italiano si è recato in Ungheria, dove ha potuto vedere con i suoi occhi – sia da terra, sia in volo con un elicottero – il modo in cui il governo ungherese presidia il confine con la Serbia. Mentre i due amici si sono lasciati andare a tenere effusioni dinanzi ad un altro muro di filo spinato che – al confine tra Ungheria e Croazia – non permette l’accesso ai migranti; il Ppe ha gelato il primo ministro magiaro: se il suo partito stipulerà un’alleanza con il leader della Lega, non sarà possibile tornare nel Ppe. Proprio nel giorno del lieto incontro, il partito ungherese è stato infatti sospeso a tempo indeterminato dal partito europeo per le sue posizioni contro il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e la politica dell’Ue in materia di immigrazione. Il capogruppo del Ppe, Manfred Weber – nonché candidato alla presidenza della Commissione Europea – chiede a Orbàn di “muoversi e mostrare il suo apprezzamento per i valori del Ppe”,”fermare subito e in modo definitivo la campagna contro Bruxelles”, scusarsi con i colleghi del Ppe e assicurare la permanenza dell’università Ceu di Soros – bersaglio di una feroce campagna del premier ungherese – a Budapest. Al coro unanime di protesta si sono uniti il leader della Csu bavarese Markus Soeder, la cancelliera tedesca Angela Merkel e la leader della Cdu Annegret Kram-Karrenbauer. La risposta di Orbàn non è tardata ad arrivare, e durante la conferenza del 6 maggio – risentito – ha risposto: “Stiamo cercando un nuovo candidato. Se qualcuno offende un Paese in quel modo, il primo ministro del Paese offeso non può certo sostenerne la candidatura”.

Ungheria: Salvini e Orbàn davanti al muro anti migranti a Roeszke, paese al confine con la Serbia. Fonte: Sky TG24

L’AUSTRIA DI KURZ

Se nella csàrdàs a condurre le danze sembra dunque Orbán, le cose non vanno andare meglio per Salvini nel valzer con il cancelliere austriaco Sebastian Kurz. Quando nell’autunno inoltrato dello scorso anno il governo penta stellato elaborava la sua prima proposta di legge di bilancio, da Vienna il leader del Partito Popolare Austriaco pronunciava parole chiare: “Manovra da cambiare. L’Italia non può diventare una seconda Grecia”. Un paragone che vien fuori con insistenza quello con la Grecia, in riferimento agli anni bui di Atene e al braccio di ferro con le istituzioni europee, sfociato nel Referendum del 2015. Nonostante l’iniziale sintonia riguardo la priorità di consolidare le frontiere esterne, il vicepremier italiano sembra aver incassato un duro colpo in materia economica. Pochi giorni fa poi – come evidenzia il quotidiano La Stampa – Kurz è tornato sul punto, sottolineando come in Europa i meccanismi sanzionatori funzionino poco, per esempio contro chi sfora le regole del debito e lascia passare i migranti da uno Stato all’altro. Pur non venendo citata, il riferimento all’Italia è evidente. L’alleanza sovranista sembra dunque essere già terminata, prima ancora d’aver portato i suoi frutti.

SOGNI D’AMORE INFRANTI

Tuttavia il sogno del Carroccio di creare un unico blocco della destra in Europa sembra essere stato infranto, non solo a causa della sospensione del partito di Orbàn dalla sua membership. L’idea di una cosiddetta ‘Lega delle leghe’ non ha convinto l’eurogruppo Alleanza dei conservatori e dei riformisti, e in particolare il leader dei conservatori polacchi di Diritto e Giustizia (PiS) Jarosaw Kaczynski. A nulla è servito il viaggio a Varsavia di Salvini, con cui il vice premier italiano sperava di compattare totalmente il fronte euro-scettico. Il PiS è stato infatti chiaro: non intende aderire ad un patto pre-elettorale e rimarrà per il momento nel gruppo dei conservatori al fianco di Fratelli d’Italia, negando a Salvini la possibilità di ergersi a leader di tutto il fronte sovranista europeo. Per il Ministro degli Interni una dura battuta d’arresto. La destra, quindi, correrà alle prossime elezioni europee divisa, e solo dopo il voto deciderà se provare a marciare compatta.

POCHI FEDELI 

La Lega può comunque contare sul sostegno degli altri componenti del suo partito europeo di riferimento, l’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENF). Alle elezioni europee, Salvini combatterà al fianco dei francesi di Raggruppamento Nazionale di Marine Le Pen, del Partito delle Libertà austriaco del vice cancelliere Heinz-Christian Strache e del Partito per la Libertà olandese di Geert Wilders. Insieme ai fiamminghi belgi di Vlaams Belang, hanno aderito al gruppo anche i tedeschi di AfD, il Partito del Popolo Danese e i Veri Finlandesi.

SOVRANISTI IN EUROPA

È curioso notare la contraddizione in termini propria della candidatura di un partito ‘sovranista’ alle elezioni europee. Se si guarda alla definizione di ‘sovranismo’, l’enciclopedia italiana Treccani suggerisce: il sovranismo è una “posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione”. Come può un partito “in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione” candidarsi per il Parlamento di quell’organizzazione che per definizione è un agglomerato di nazioni e nasce dalla libera decisione degli Stati di cedere a un soggetto sovranazionale pezzi della loro sovranità?
Siamo di fronte ad una società forte degli egoismi nazionali, che non guarda più alla integrazione europea come una virtù. Viene dunque da domandarsi se la difesa di una identità nazionale non sia perseguita nell’ottica del ‘divide et impera’, per accaparrarsi solo la propria fetta di potere. Magari facendo il gioco di qualche grande potenza come gli Stati Uniti di Trump o la Russia di Putin, che indebolendo l’Europa unita e sostenendo i promotori dell’Europa degli Stati nazionali puntano a ridurre il Vecchio Continente a ‘provincia dei loro imperi’.

49 MI…NUTI DI APPLAUSI

Il sovranismo salviniano si inserisce quindi all’interno di un progetto ben preciso, di cui però non è dato saperne il ruolo preciso. Finora Salvini ha raccolto diversi retorici applausi, ma ben poche strette di mano a suggellare accordi utili per il suo progetto. Alla fine dei conti, tanti applaudono il leader leghista… ma in pochi – oltre agli alleati europei tradizionali – dimostrano di voler stare al suo fianco.

 

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