Il primo inedito della compagnia teatrale Theatre’s Shadows Glock, non c’è niente da ridere è andato in scena il 19 e 20 aprile scorsi al Teatro Mangiatordi di Altamura. Francesco Tirelli, attore, autore e regista dello spettacolo, si racconta e ci svela i retroscena di un’opera che oscilla tra tragico e comico, tra leggerezza e inquietudine, tra i candidi bagliori del giorno e  l’assurdità di una notte scura che mendica speranza.

 

  1. Ciao Francesco. Tenteresti l’ardua impresa di raccontare in poche righe il tuo spettacolo Glock, Non C’è Niente Da Ridere ai lettori che, ahimè, non hanno avuto l’occasione di goderne?

È un’ardua impresa, hai ragione. Penso sia uno spettacolo che necessita d’esser visto, più che letto, per essere compreso, dal momento che la trama non è consistente e non vi è una storia effettiva, se non per il lato comico. Glock, non c’è niente da ridere è un’opera teatrale, uno scontro tra tragico e comico in un continuo gioco di parti. È il racconto di una sensazione: la mancanza di connessione. La mancanza di un contatto col mondo, che si muove ininterrottamente, la mancanza di legami con tutti gli esseri, che non potranno mai esser così intensamente connessi perché ci sarà sempre qualcosa che mancherà, sempre qualcosa che non verrà detto. E allora preferiamo ridere, sotto il fardello del mondo, che inevitabilmente ci comprime.

“Che ridiamo a fare? Perché far finta di nulla? Abbiamo un peso, che non riusciamo a svuotare.”

Tutto il peso di queste controparti, di questo modo di vivere, entra in collisione col protagonista: Taranty che appare da subito inerme e stretto tra una piacevole risata ed una notte di cui nessuno parla mai. Questo meccanismo stringe anche Glock, regista e autore dell’opera, che si trova di fronte ad una realtà che agli occhi del giorno è solamente una leggera passeggiata in un parco, ma che al contempo cela il suo vero tormento. Come scrittore, Glock necessita di creare un personaggio: Taranty. Ha bisogno di scrivere di lui, per potersi raccontare davvero.

 

  1. Com’è nata l’idea? Quando hai capito che era pronta per metterla in scena?

L’idea è nata da una suggestione, mentre la direzione dell’opera è venuta alla luce nel momento in cui mi sono soffermato a riflettere sui monologhi. “Perché Glock ha bisogno di scrivere, per parlare di sé? Dov’è il problema? Perché ‘nascondere’ così le proprie sensazioni più intime? Perché la scrittura, come sintesi di ciò che si ha in mente, non è abbastanza? Cos’è questa mancanza di connessione?”. Poi c’è stato il resto. Non ho mai pensato fosse pronta per la scena, ma mi sono lanciato perché avevo bisogno di capire, di imparare, proprio ciò che mancava. Sono tendenzialmente diffidente riguardo ciò che faccio e che scrivo, però mi faccio coraggio e mi lancio, proprio per sconfiggere, quella diffidenza nei miei confronti. È un costante allenarsi e mettersi alla prova.

 

  1. Quanto ti è costata emotivamente la stesura della sceneggiatura? Quali sono le difficoltà più grandi che hai/avete riscontrato?

Emotivamente mi è costata davvero tanto. Non è stato semplice approcciarsi per la prima volta ad un lungo teatrale e mirare e fissare un obiettivo. Avevo sviluppato e rappresentato solamente corti teatrali, dallo sviluppo breve e che hanno molte meno ‘problematiche’ di un lungo. Un corto teatrale puoi permetterti di scriverlo di getto, come ho sempre fatto, per poi fare revisioni e accorgimenti generali per rendere omogeneo il prodotto. Su un lungo non è così. Parliamo di almeno 40/50 pagine di sceneggiatura, non 10. Ho sudato, cambiato e ricambiato. Ho avuto tante difficoltà nel ‘metodo’, fin quando non ho trovato un modello di lavoro, personale, con cui riuscire a sentirmi soddisfatto ed avere una certa velocità nello sviluppo. I monologhi sono nati più di un anno e mezzo fa, se parliamo di stesura effettiva e ho impiegato circa 8 mesi per completare il lavoro, che è proseguito soprattutto durante la fase di produzione effettiva con gli attori.

 

  1. Dopo averle dato vita e messa in scena, hai pensato di cambiare qualcosa? Aspettative soddisfatte o disattese? Conferme, pentimenti o nuove consapevolezze?

Onestamente, non ho ancora rivisto con calma e con occhi critici lo spettacolo, mi sto prendendo una piccola pausa per recuperare un po’ di energie mentali. Però ti dico sicuramente di sì, già da quegli spezzoni che ho rivisto mi accorgo di cosa, secondo me, non ha funzionato e di cosa sì. È davvero importante, mi piace essere metodico, è una cosa che faccio sempre, e che ho sempre fatto con tutti i corti. Cerco di comprendere alcune dinamiche ‘acerbe’ di ciò che ho messo in scena e come posso migliorare sempre di più, anche gli aspetti che mi hanno in un primo momento soddisfatto. Non mi aspettavo assolutamente delle reazioni così positive e sono stato contento anche delle critiche. Alcuni messaggi alcune frasi dette a fine spettacolo, mi hanno riempito il cuore. È stata la mia prima opera e non potevo sapere come sarebbe stata recepita.

 

  1. Complimenti per la scenografia: pulita, elegante, essenziale ma al contempo suggestiva ed incantevole. Chi e cosa c’è dietro alla realizzazione dei cespugli di carta blu?

Dietro i cespugli c’è un inferno. Abbiamo lavorato giorni interi con tutti quanti i ragazzi di Theatre’s Shadows, dalla Compagnia alle due classi di Academy. Sono contento del risultato e devo ringraziare vivamente Leara Giammarino, la scenografa, con cui abbiamo lavorato per ottenere quel tipo di risultato, al netto del limite economico. Si è ricercato un ambiente minimale e funzionale, aleggiante tra il finto ed il vero, che proprio come l’opera, potrei considerare meta-teatrale.

 

  1. Qual è il messaggio più efficace del tuo testo?

Efficace è una parola grossa. C’è un messaggio di fondo, che è nato da un bisogno, di cui, quando ho iniziato a scrivere l’opera, probabilmente non avevo coscienza. Glock, non c’è niente da ridere è un discorso sull’impossibilità di contatto totale tra noi e tutto ciò che ci è attorno, per citare De Andrè “il circostante non è fatto solo dai nostri simili. È fatto di tutto l’universo, dalla foglia che spunta di notte in un prato, fino alle stelle”. C’è una mancanza di fondo di contatto con tutto questo ‘circostante’, un’impossibilità, una distanza, che ho voluto raccontare tramite questa larga opera, tra contrasti e personaggi che si contrastano e non si parlano, né si svelano mai gli uni a gli altri. Lasciando intendere che dietro ogni uomo, c’è un lurido mistero.

 

  1. Una domanda personale per il regista: ricordi la tua prima volta a teatro?

Sinceramente no, ho dei vaghi ricordi di quando ero bambino, in cui con tutta la famiglia si andava a teatro per mia zia, che all’epoca era una ballerina. La prima volta in cui ho recitato effettivamente su un palco è stata al liceo, al teatro Mercadante, all’interno di una rassegna teatrale per il centenario della Prima Guerra Mondiale. Ma quella che reputo la mia prima vera volta è stata la mia primissima esperienza da pseudo-regista, sempre ai tempi del liceo. Scrissi una rivisitazione in vernacolo della Divina Commedia, con un leggero tocco trash. Fu un’esperienza semplice, divertente e per niente pretenziosa,  ma i legami che si crearono, le tensioni, il muoversi all’interno dell’opera, mi affascinarono a tal punto, da regalarmi la voglia di continuare a farlo. Theatre’s Shodows è stata ed è anche la concretizzazione di quella esperienza.

 

  1. Quali sono i progetti futuri di Theatre’s Shodows?

Ci sono davvero tante idee in cantiere. Prossimamente ci sarà un evento, ma vi sveleremo i dettagli a breve. Per l’anno prossimo abbiamo dei progetti che rappresenteranno certamente un’ulteriore sfida e chissà, un grandissimo passo in avanti. Si pensa di spostarsi anche nel campo del Cinema, sto infatti studiando Regia Cinematografica a Roma. Che possano nascere i primi prodotti cinematografici targati Theatre’s Shadows?

Leggi anche: FASCI-IN-AZIONE in una scuola a Palermo