Alla vigilia delle elezioni europee, una domanda sorge spontanea: vale la pena votare?

 

MARE O MONTAGNA?

Domenica 26 si avvicina e tra i diversi stereotipi di elettori è opportuno citarne qualcuno: chi pubblicherà una foto al mare (o più probabilmente in montagna, considerate le condizioni meteo), chi arrivato in cabina darà sfogo al suo estro creativo, chi farà ironia di qualche partito, chi fotograferà la sua scheda per riceverne in cambio un lauto premio o chi invece scriverà su Facebook che le elezioni europee non servono a niente.

È convenevole ricordare a tutti questi soggetti che la possibilità di esprimere o non esprimere il proprio voto è concessa loro poiché siamo in uno stato di democrazia. Non molto tempo fa, nel nostro Paese, votare non era permesso, o non era permesso ad alcuni cittadini e cittadine, o si poteva votare per un partito solo. Il voto è quindi mezzo di espressione necessaria – ma forse non sufficiente – di democrazia.

Poi del valore di un impianto democratico si può dubitare, si possono rimpiangere i regimi non democratici del passato, o bramarne di nuovi (si guardi per esempio alla proposta del referendum propositivo o alla modalità di voto sulla piattaforma Rousseau), o pensare che questa democrazia non stia mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale. Ma tutto ciò è concesso pensarlo solo perché viviamo in un regime democratico.

 

IL PARADOSSO DEL VOTO

Tornando al quesito proprio di qualsiasi tornata elettorale: vale la pena votare? Insomma prendersi la biga di ritagliarsi del tempo per cercare la tessera elettorale ben conservata? Per raccogliere le informazioni per poter ‘votare con consapevolezza’? Per andare ad esprimere uno dei 400 milioni di voti? Che poi – detto tra noi – può un singolo voto cambiare l’esito delle elezioni?

Le possibilità sono due.
Il partito che voterò prenderà molti altri voti, oltre al mio, supererà la soglia di sbarramento e raggiungerà i voti sufficienti per costituire la maggioranza. Oppure il partito che voterò non otterrà i seggi sufficienti per governare. In entrambi i casi il mio voto non ha alcuna influenza. Se tutti la pensassero così, nessuno andrebbe a votare e allora il mio voto sarebbe l’unico determinante. Ma se ciascuno pensasse che il proprio voto conta, che il proprio voto è utile, che il proprio voto è decisivo, allora tutti andrebbero a votare, e il mio voto non servirebbe a nulla. Il voto utile è il voto decisivo.

Se si considera attendibile quanto detto (c.d. teoria del paradosso del voto), non varrebbe mai la pena andare a votare dal momento che non è possibile sapere quando il proprio voto sarà determinante, perché nessuno può anticipare con precisione né le decisioni dei votanti, né tanto meno il numero stesso degli elettori. Ma conta di più contare o essere contati?

Con questa prospettiva sarebbe forse opportuno cambiare l’obiettivo del voto. E puntare dunque non a fare la differenza ma a cambiare le cose. Se anche il mio voto fosse dunque tra quelli di coloro che hanno raggiunto la soglia necessaria a fare la maggioranza, il mio scopo sarà allora partecipare, nella mia misura, a quel risultato. Quindi, il mio voto sarà utile se sarà nel novero di quelli utili, e non se sarà decisivo.

 

I POLITICI E “LA FACCIA COME IL CULO” VOTARE

Anche se… in tutta sincerità… secondo me, se va avanti così, va a finire che a votare non ci va più nessuno. No, dico, è una cosa grave. Grave per chi? Per la gente, no. Per i Partiti, nemmeno, tanto rimane tutto uguale. Lo Stato è lì, bello solido. E allora perché è grave? D’altronde il voto è un diritto-dovere. Anche questa è bella. Che sia un diritto lo abbiamo capito tutti; che sia un dovere, ultimamente non l’ha capito nessuno.

Che mestiere strano quello del politico. È l’unico mestiere in cui uno dice: «Io sono il più bravo». E se lo dice da sé. E te lo scrive, e te lo grida, nelle piazze, nei comizi. «Io sono l’uomo giusto al posto giusto». Complimenti. Quello che mi piace dei politici è la faccia come il culo. E allora come si fa ad accusare di sterile menefreghismo uno che non vota? Potrebbe essere un rifiuto forte e cosciente di “questa” politica.

No, perché non è mica facile non andare a votare. Soprattutto non è bello farlo così, a cuor leggero, o addirittura farsene un vanto. C’è dentro il disagio di non appartenere più a niente, di essere diventati totalmente impotenti. C’è dentro il dolore di essere diventati così poveri di ideali, senza più uno slancio, un sogno, una proposta, una fede. È come una specie di resa.

Ma al di là di chi vota e di chi non vota, al di là dell’intervento, al di là del fare o non fare politica, l’importante sarebbe continuare a “essere” politici. Perché in ogni parola, in ogni gesto, in qualsiasi azione normale, in qualsiasi momento della nostra vita, ognuno di noi ha la possibilità di esprimere il suo pensiero di uomo e soprattutto di uomo che vuol vivere con gli uomini.

E questo non è un diritto. È un dovere.

 

NE VALE LA PENA? VOTARE

Parole sempre attuali quelle scritte dal cantautore italiano Giorgio Gaber, tratte dal monologo “Io voto” del 1999. Allora, votare ha a che fare con la nostra identità di cittadini, con la nostra visione del mondo. Votare è quindi manifestare determinati ideali, mostrare la propria fedeltà a certi principi. Se il voto ha questa funzione, allora, è sempre utile; anche se nessuno degli eletti riuscirà mai a rappresentare le nostre idee in un Parlamento o in un governo.

E allora cari lettori, facciamo sì che non ne valga la pena, deve valerne l’orgoglio.

 

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