Con la Lega di Matteo Salvini ha vinto l’Italia incattivita, sfiduciata e razzista. E’ questo il refrain che si sente ripetere a sinistra a partire dal 4 marzo scorso, quando l’ex partito del nord si aggiudicò il 17% dei voti alle elezioni politiche. Un ritornello diventato boato dopo i risultati delle Europee 2019, dove la Lega è balzata al 34% dei consensi doppiando l’alleato di governo a 5 stelle. “Un italiano su tre ha votato Salvini”, si dice in giro. E quell’italiano finisce sempre per identificarsi con un soggetto rozzo, poco istruito, provinciale e incline al razzismo.

Ora, al netto degli errori di calcolo – dato che ha votato solo 55% degli aventi diritto – questa analisi è una semplificazione grossolana e pericolosa. Osservando con questo tipo di lente il consenso leghista, sarà sempre più difficile costruire un’alternativa politica valida. Vediamo perchè.

Salvini vince sfruttando la paura? Si, ma non solo.

L’assunto da cui parte la tesi per cui “l’Italia è un paese razzista e quindi Salvini ottiene consenso” è valido solo in parte. Il timore dell’altro, del diverso, lo spauracchio della cosiddetta “invasione” di migranti, e le strizzatine d’occhio complottiste che agitano lo spettro della “sostituzione etnica”, sono effettivamente al centro della propaganda salviniana. Ma questi elementi da soli non bastano a spiegarne il successo.

Il primo vero capolavoro propagandistico per la costruzione nel consenso sta nell’esternalizzazione del nemico. Si tratta di un meccanismo fondamentale per lanciare le basi del successo elettorale, un istinto quasi infantile presente nell’animo di ogni essere umano. Hai un problema? La colpa non è tua, non è dentro di te. Il problema è altrove, lontano, nelle mani qualche cattivo nelle segrete stanze del potere che ti vuole male. E così, dalla “Roma ladrona” di Bossi e della Lega originale si è passati alla “Bruxelles dei tecnici e dei burocrati”.

Un modo per dire agli italiani, disperati di fronte a welfare distrutto e servizi inesistenti, che il problema è altrove. Non nei governi – di cui la Lega ha fatto parte – che hanno generato spesa pubblica a debito per mantenere roboanti promesse elettorali come se non ci fosse un domani. E’ colpa di Bruxelles se i trasporti non funzionano, se le scuole non funzionano, se le imprese chiudono o delocalizzano perchè strozzate dalla pressione fiscale più alta d’Europa.

Politiche gerontocratiche e partite Iva

Altro passo fondamentale sta nel cercare consenso nella fascia di popolazione numericamente più importante in Italia: gli anziani. Con una misura come Quota 100 – che carica il suo peso economico sulle future generazioni – si conquista il cuore di questo elettorato. Una mossa geniale, se si considera che il Bel Paese è il più vecchio d’Europa. Ma il pensionamento anticipato con Quota 100 ha anche un altro vantaggio: i suoi effetti devastanti (costi di cui rientrare con tasse o tagli alla spesa) si vedranno solo nel lungo periodo. Nell’immediato, invece, sembra tutto rose e fiori. 

Sempre all’ambito economico afferisce anche la cosiddetta flat tax, una misura che inequivocabilmente liscia il pelo alle partite IVA e alla cosiddetta “Italia produttiva”. Con tutta probabilità la tassa piatta sarà uno dei temi caldi dei prossimi mesi. Forse quello decisivo in cui trovare l’incidente diplomatico necessario per staccare la spina all’alleanza di governo con i 5 Stelle. Salvini lo sa bene, e lo sanno anche loro, che una “flat tax progressiva”, come la vorrebbero i pentastellati, è una contraddizione in termini.

Poi c’è il radicamento sul territorio, di cui la foto di ringraziamento postata da Salvini dopo gli exit poll di ieri sera è una dimostrazione plastica. Guidato dai suoi spin doctor – Luca Morisi in testa – il “capitano” conosce il potere delle immagini e per questa ragione, nello scatto, mette in bella vista la sua mensola piena di cianfrusaglie dove spicca – tra immagini di Putin, cappellini di Trump e magliette del Milan – l’ampolla con l’acqua del Po attinta alla fonte di Pontida. Con tanto di  simbolo leghista dei primordi. E’ un modo non verbale per dire alla base del Carroccio nel settentrione: “Sì, ora la Lega è nazionale e governiamo coi voti dei terroni. Ma prima il Nord!”.

Uomo forte e cesaropapista

Da quella stessa mensola arrivano altri spunti importanti per capire il metodo salviniano di costruzione del consenso. Nel ripiano in basso campeggia un berretto dei Carabinieri. La cosa non stupisce, se si pensa all’arsenale di felpe e giubbotti delle forze dell’ordine indossati dal leader leghista in un solo anno di governo. Ma anche qui, quello che conta è il messaggio. Il messaggio dell’uomo forte in divisa, che appoggia le forze armate e che da esse viene ricambiato. Una sorta di caudillo in salsa post-moderna, che mette l’immagine di quelli che dovrebbero essere i servitori dello Stato al suo servizio personale.

Di fronte al tapiro d’oro, poi, fa bella mostra di sè un’icona con il volto di Gesù. Un’immagine che, unita alle invocazioni al cuore immacolato di Maria e ai baci al Vangelo e al rosario durante i comizi, veicola anch’essa un messaggio cristallino. I suoi interlocutori sono quegli pseudo-cristiani inclini al cesaropapismo, che avvicinano un po’ troppo il trono all’altare. I destinatari di quei gesti sono i tradizionalisti che rumoreggiano in piazza a sentir nominare Papa Bergoglio oppure, più spesso, gli avventori occasionali. Per intenderci, quelli che si fanno tre volte il segno della Croce quando passano di fronte a una chiesa. Ma di entrarci ed ascoltare il Vangelo, manco a parlarne.

Questa seconda categoria, la più significativa, è numericamente importante. Nonostante la percentuale di battezzati in Italia sia vicina al 90%, infatti, i praticanti veri – quelli che ogni tanto Papa Francesco lo ascoltano (ndr) – sono pressoché in estinzione. Per questo Salvini si rifà ad un cattolicesimo dei simboli e dei discorsi, più che delle pratiche. Un cattolicesimo vuoto, popolare e populista a un tempo.  D’altronde è stato lui stesso ad ammettere in più occasioni di entrare in chiesa due volte l’anno. A Natale e a Pasqua, presumibilmente.

La “bias agenda” di Salvini

Tutti questi elementi, sovraesposti e pompati nel ventre molle del web a suon di tweet e dirette Facebook, hanno poi un doppio valore in termini di consenso. Servono, cioè, a creare quella che in inglese si chiama “bias agenda”. Il meccanismo è semplice: basta lanciare in rete messaggi, gesti e immagini che creano scandalo e contraddizione, in modo che a parlarne siano non tanto i sostenitori, quanto gli oppositori. E così, a suon di lenzuoli di protesta,  hashtag su twitter, maschere di Zorro e meme che sbeffeggiano questi atteggiamenti, il risultato è sempre lo stesso: si parla di Salvini. Se ne parla a più non posso. Nel bene o nel male, se ne parla.

Questo rende completamente afona qualsiasi forma di opposizione, che infatti reagisce solo per riflesso, facendosi dettare l’agenda proprio da Salvini. Il caso di questo governo, poi, è tutto particolare. Dal momento che i due partner dell’esecutivo – Lega e 5 Stelle – giocano a interpretare la parte della maggioranza e dell’opposizione all’interno della compagine governativa stessa, a seconda di quelli che sono i dossier da affrontare. Lo spazio dialettico-politico, in questo modo, risulta completamente monopolizzato.

Il pericolo della personalizzazione

Finchè non si focalizzeranno a fondo questi elementi fondamentali per il consenso salviniano, non si andrà da nessuna parte. Tacciare lui e i suoi di fascismo o di razzismo a ogni piè sospinto, senza approfondire e rincorrendo sempre e comunque tutte le sue sparate, non basterà a fargli mancare la terra sotto i piedi. Vent’anni di berlusconismo dovrebbero avercelo insegnato: l’errore più grande che si possa fare è quello di personalizzare la lotta politica. Ma forse aveva ragione Montanelli quando diceva che noi italiani siamo un popolo di contemporanei, senza memoria del passato e senza uno sguardo abbastanza aperto sul futuro.

In conclusione, la proposta per uscire dall’impasse non deve essere “anti-salviniana”, ma pro-qualcosa. Altrimenti, come diceva Crozza in un suo monologo di dieci anni fa (dieci anni fa!) , la politica rischia di diventare un elenco di nomi, anziché di idee.

Belusconi, Renzi, Di Maio, Salvini. Praticamente un citofono.

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