I latini amavano dire “dulcis in fundo” per indicare che spesso il meglio viene proprio alla fine e forse non si sbagliavano: infatti i ragazzi del Liceo Classico Cagnazzi si esibiranno domani in uno spettacolo fuori concorso dal titolo:”Il mistero di Alcesti”,ultimo per data e non per importanza, a conclusione della XXV edizione della rassegna internazionale del teatro. Dunque l’invito è quello a non mancare domani,1 Giugno 2019 ore 21:00 presso la sede del Liceo delle Scienze Umane. Alessandro Fiorella 

Dietro ogni grande opera c’è sempre un gran regista, ma dentro ogni gran regista si nasconde prima di tutto un grande attore. Alessandro Fiorella, attore e regista, si racconta per Sedici Pagine Magazine svelandoci  la bellezza e le criticità del mondo del teatro.

Lei è Alessandro Fiorella e per noi è qui in veste di coordinatore del gruppo teatrale del Liceo classico Cagnazzi di Altamura, ma la sua è una carriera molto più complessa. Ce ne parli.

La complessità nasce dalla modalità di approccio alla esperienza, che può essere varia e molteplice, ma non esclude la semplicità.

Insegno Scienze motorie presso il Liceo Classico ”Calamo” di Ostuni, pertanto, sperimento quotidianamente la pratica formativa ed educativa, considerando globalmente la dimensione corpo-mente-cuore, in una fase delicata di crescita, quale quella adolescenziale. Una miniera di informazioni: la possibilità di intercettare bisogni, ma soprattutto la scoperta di un enorme potenziale.

Nel 1986 con  un gruppo di attori, danzatori e musici di diversa provenienza, ho fondato la Compagnia “Teatro Steinhof – La Casa di Pietra”, riconosciuta come organismo professionale. La Compagnia, con proposte innovative ma attentissime al rapporto storico con il territorio, promuove una cultura artistica e drammaturgica di “teatro-totale”.   Varie le collaborazioni e le esibizioni  in prestigiosi Festival in Italia e all’estero, insieme alla cura della dimensione divulgativa e formativa auto ed eterodiretta.  Particolare importanza riveste, in tal senso, la partecipazione a esperienze laboratoriali di teatro-scuola, rivolte a docenti e a studenti, in Rassegne, Stage, Festival, Progetti nazionali e internazionali.

Ma non mi sembra il caso di annoiare i lettori con  “lustrini e patacche”.

Lei ha saputo trasformare la passione per il teatro in un vero e proprio mestiere, ma cosa rappresenta davvero nella sua vita il teatro?

Non ho scelto di fare teatro con l’idea di insegnare ad altri, ma per imparare con loro ciò che è la nostra esistenza, la nostra personale e irripetibile esperienza, per imparare ad abbattere le barriere che ci circondano e a liberarci dalle paure che ci trattengono, dalle menzogne su di noi che produciamo ogni giorno per noi e per gli altri, per distruggere le limitazioni causate dalla nostra ignoranza e mancanza di coraggio, in breve, a riempire il vuoto dentro di noi: per adempiere noi stessi.

Quanto pensa che sia importante per i giovani rapportarsi con il mondo del teatro? Perché?

Il teatro non nasce laddove la vita è completa, dove si è soddisfatti.  Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti. Grotowski amava dire:Il teatro non è indispensabile, serve ad avere il coraggio di rivelare se stessi. E’ un gioco di intelletto e istinto, pensiero ed emozione che noi stessi cerchiamo di dividere artificialmente in corpo e anima. Nella nostra ricerca di liberazione si raggiunge il caos biologico. Noi soffriamo una mancanza di totalità, gettando via noi stessi, sprecando noi stessi.

Il teatro offre l’occasione per l’integrazione, l’abbandono delle maschere, la rivelazione della sostanza reale: un insieme di reazioni fisiche e mentali. Questa opportunità deve essere trattata in modo disciplinato, con una piena consapevolezza delle responsabilità che comporta. Questa è la funzione terapeutica del teatro. L’attore compie questo atto, ma può farlo solo attraverso un incontro con lo spettatore – intimamente, visibilmente, non nascondendosi dietro un cameraman, un vestito di scena, una scenografia, in confronto diretto con lui, e in qualche modo “invece di” lui. L’atto d’attore – scartando mezze misure, rivelando, apertura, emergendo da se stesso invece di chiudersi – è un invito allo spettatore.

La tragedia messa in scena quest’anno dal gruppo del liceo è l’Alcesti di Euripide, ma si segue il testo di Marguerite Yourcenar. Perché è stata scelta proprio questa riscrittura?

Con “Il mistero di Alcesti” Marguerite Yourcenar recupera la fedeltà al modello greco, ma ne cambia l’ambientazione. Il mito si imborghesisce e l’attenzione della scrittrice si concentra sull’approfondimento del rapporto tra Alcesti e Admeto. A differenza di Euripide, la Yourcenar crea la condizione affinché Alcesti possa ascoltare, non vista, le riflessioni del marito. Definisce pure gli spazi del suo sentire, pieno di dubbi e paure, componendo atmosfere surreali, come se fossero vissute in un sogno con apparente inconsapevolezza.

 Cosa rappresenta per lei “Il mistero di Alcesti”?

Nella riscrittura proposta, anche il rapporto tra Alcesti e la Morte perde vigore mitico e assoluto:  esiste un destino che ci rende fallibili, ma esiste anche la scelta e il risveglio personale. Alcesti sulla scena soffre inizialmente la sua mancanza di totalità, getta via se stessa, si spreca. Poi si rivela, passando tra le ombre e attraversando i suoi stessi turbamenti. Non è sacrificio, è luce.

L’opera è stata già drammatizzata per il concorso “Thauma” indetto dall’università Cattolica a Milano. Ci parli della sua esperienza milanese.

Andare nel tempio del teatro classico con un’opera innovativa poteva condurci su un terreno scivoloso ma strappare un premio della critica ha dato più valore alla nostra risolutezza nell’osare e sperimentare.

Che tipo di rapporto ha con il gruppo teatrale?

Conosco da tempo l’ambiente del Liceo Cagnazzi di Altamura, l’attenzione riservata negli anni dai Dirigenti e dai docenti alla educazione teatrale e alla ricerca di spazi di espressività, in generale. Sono sempre stato accolto con grandissimo riguardo e rispetto, che ho avuto modo di riscontrare in modo particolare  nei ragazzi del gruppo. Con estrema umiltà e grande determinazione, in tempi piuttosto ristretti, hanno seguito un percorso laboratoriale intenso e impegnativo, esprimendo pienamente il loro potenziale, fidandosi e affidandosi.

Cosa spera che resti negli spettatori alla fine della rappresentazione?

La suggestione di un lavoro fatto di coralità, motivazione, assiduità, impegno, condivisione. L’espressione artistica non utilizza formule di ricezione: la sensibilità personale coglie segni, tracce emotive, narrative e sonore, definendole liberamente.

Alessandro Fiorella, quali sono i suoi progetti futuri?

La realizzazione di un festival nei siti archeologici. Il teatro non è un antico reperto, è arte del presente, si rivolge alla memoria viva, che non è museo, ma metamorfosi.

Cosa vuole dire ai lettori di Sedici Pagine Magazine?

Se fai teatro diventi una pagina scritta… Se dici teatro volti pagina nella tua vita.

 

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