“Che confusione, sarà perchè tifiamo!”. Me lo ha scritto una volta in chat una persona che stimo, esperta di politica internazionale e specialmente di Iran. A parte l’ilarità data dalla melodia dei Ricchi e Poveri – che subito scatta nella testa, diciamocelo – ho trovato questa frase di una saggezza incredibile.

Si parlava della recente crisi nel Golfo, dove due petroliere – la giapponese Kokuka Courageous e la norvegese Front Altair – sono state attaccate qualche giorno fa. Dopo ore di reciproche accuse, bluff e strali infuocati, Usa e Iran hanno rischiato davvero di arrivare ai ferri corti. La scorsa notte, pare, il presidente americano Donald Trump avrebbe ordinato un raid aereo contro obiettivi iraniani in risposta all’abbattimento di un drone a stelle e strisce. Salvo poi fare dietrofront dieci minuti prima di attaccare, giudicando l’azione “non proporzionata”. I suoi consiglieri, infatti, avevano pronosticato un danno in vite umane pari ad almeno 150 morti (il drone invece costa molto, ma non ha neanche il pilota).

Politica internazionale: un dibattito inquinato

Al di là della genuinità di questa spiegazione, analizzare lo scenario attuale è operazione assai complessa. Tante le variabili in campo, tanti gli attori sul terreno di cui è difficile prevedere la collocazione in caso di escalation. Osservando però il dibattito sullo scenario del Golfo – ma il discorso vale per la politica internazionale nella sua interezza – sembrano emergere due tendenze nel modo di vedere le cose. Una benaltrista, l’altra tifosa.

In altre parole: posti di fronte ad un fatto da analizzare o lo si elude, tirandone fuori un altro più “meritevole” di attenzione, o si parteggia più o meno apertamente per una delle forze in campo. Nella pia e assurda illusione che esistano “i buoni e i cattivi”. Saranno anni e anni di cartoni animati Disney, oppure l’atteggiamento partigiano che ci portiamo dietro dal gioco del calcio. Ma sta di fatto che ci comportiamo in questi due modi,  e sono approcci che a ben vedere si compenetrano. Ma che, inevitabilmente, inquinano il dibattito viziandolo in nuce.

Il caso della Siria

Tralasciando per un attimo il caso della crisi recente, ci sono tanti (troppi) altri esempi di questo tipo di dinamica. Utilizzerò il caso della Siria, quello che più mi appassiona e che – secondo me – assomma in sé praticamente tutti i nodi geopolitici del Medio Oriente. Il Paese, com’è noto, è stato protagonista di una rivolta contro il regime di Bashar al-Assad nel 2011, sfociata in una guerra civile, sfociata a sua volta in una guerra regionale, sfociata a sua volta in una guerra internazionale. In sintesi: 8 anni di sangue, morte e distruzione.

Già tentare spiegare come si posizionano le forze in campo è come cercare il proverbiale ago nel pagliaio. Però, semplificando, da una parte c’è il regime di Damasco con i suoi alleati (Russia, Iran e relative milizie proxy), dall’altra i ribelli in parte jihadisti (gruppo Hayat Tahrir as-Sham, ndr) appoggiati – con diversa intensità nel corso del conflitto – da Turchia, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Nel mezzo ci sono altre due guerra: una allo Stato Islamico (contro cui combattono sostanzialmente tutti insieme ad una coalizione internazionale a guida USA) e l’altra tra curdi delle Ypg e la Turchia di Erdogan, che le considera gruppi terroristici.

Ora, per motivi che non sto a spiegare – rimando QUI chi voglia approfondire – Assad gode di un nutrito gruppo di supporters che lo credono vittima di un complotto a guida Usa-Israele per disarcionarlo.

Oltre a questo, cosa più importante, lo dipingono come:

  • Unico baluardo dell’Occidente contro lo Stato Islamico e il jihad
  • Protettore dei cristiani e delle minoranze
  • Araldo del nazionalismo arabo contro lo Stato d’Israele

Tutte posizioni abbastanza opinabili (si veda sempre il link sopra per chiarimenti). Ma sta di fatto che lo difendono a spada tratta come i migliori tifosi nell’arena della politica internazionale. A priori, sempre. Lasciandosi andare, talvolta, a benaltrismo davvero spicciolo. Se gli si fa notare, ad esempio, che le violazioni dei diritti umani più elementari in Siria sono documentate da Human Rights Watch e Amnesty International da ben prima che la guerra deflagrasse, obiettano con un infantile “Allora preferisci l’ISIS?”. Benaltrismo, appunto, piazzato lì come se un problema escludesse l’altro. Quando invece, per ovvie ragioni, non è così.

Stesso discorso, in maniera uguale e contraria, vale per chi supporta i ribelli siriani. Tentando – spesso goffamente – di glissare sulla componente islamicamente connotata della lotta armata. Un fenomeno da comprendere, scandagliare a fondo. Non da evitare.

Benaltrismo e tifoseria regionale

Passando a livello regionale (e globale) ci sono poi forme di tifo altrettanto marcate. Quella più evidente è il cosiddetto “antimperialismo”, che tradotto in termini poveri significa un’avversione totale e aprioristica alla postura geopolitica degli Stati Uniti d’America. E sì, dal momento che – e questo rappresenta la “tifoseria” – altre forme di assertività in politica internazionale (come quella russa, ad esempio) misteriosamente non rientrano in questa categoria. E allora ecco che gli alleati Usa come Israele, Arabia Saudita, Emirati e Turchia diventano automaticamente dei demoni, mentre invece la Repubblica Islamica d’Iran – come il Venezuela di Maduro, la Russia e persino la Cina – assumono giocoforza connotati quasi irenici. Eroici, oserei dire.

Anche in questo caso, vale il discorso uguale e contrario. Attaccando a ogni piè sospinto, che so io, l’Iran o la Turchia per il trattamento dei diritti umani o (evergreen) per la condizione della donna al loro interno, si rischia di non cogliere la complessità politica – interna ed esterna – di paesi con una storia fatta di mille sfumature. Ovviamente è deprecabile l’uso che si fa di certi argomenti in chiave benaltrista. Del tipo “Gli Stati Uniti hanno fatto un errore uscendo dall’accordo sul nucleare” a cui si risponde “eh, ma in Iran i diritti umani etc.).

E lo stesso vale per l’Arabia Saudita, sovente vittima degli strali “antimperialisti” per la guerra in Yemen (dove invece si sottovaluta troppo spesso il ruolo degli Emirati). Tanto che in politica internazionale l’affermazione “E allora lo Yemen?” sembra praticamente lo slogan benaltrista per antonomasia.

Politica internazionale: torniamo alla complessità

Insomma, la complessità esige pacatezza, non partigianerie tipiche di una partita di calcio. Anziché parteggiare, tifare e minimizzare tirando fuori altri problemi (che non escludono mai quelli già posti, mai), bisognerebbe capire. Anzi, come avrebbe detto Spinoza “nè ridere, nè piangere, ma capire”.

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