“La colonna sonora delle dittature è il silenzio” afferma Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ai microfoni di Sedici Pagine. “Al contrario l’obiettivo di questa organizzazione è far rumore, un gran fracasso perché la conoscenza dei diritti umani è il primo passo per poterli reclamare”. Ma cosa sono i diritti umani? Terenzio, nel lontano 163 a.C., faceva pronunciare ad uno dei suoi personaggi una frase che – senza saperlo – sarebbe stata in grado di rispondere meglio a questa domanda: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, letteralmente “Sono uomo, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me”. Con questa presa di coscienza, chiediamo al nostro ospite di guidarci nel mondo dei diritti umani e di spiegarci come Amnesty International – da quasi sessent’anni – ne sia baluardo.

“Non posso firmare l’esecuzione capitale di centinaia di esseri umani tra cui so che potrebbero esserci degli innocenti. Credo che la pena di morte sia sbagliata e con questo atto sto esercitando le mie prerogative conformemente alla volontà degli elettori e alla Costituzione”. Questa frase è stata pronunciata dal governatore della California Gavin Newsom nello scorso mese di marzo, quando ha annunciato la moratoria sulla pena di morte nello Stato. Questo ci permette di ricordare come purtroppo ancora molte esecuzioni avvengano non solo in regimi per noi oscurantisti, come l’Arabia Saudita o l’Iran, ma anche in quella che viene definita la più solida democrazia del mondo, gli Stati Uniti. Quali sono le statistiche dell’ultimo rapporto di Amnesty sulla pena di morte, ricordando i Paesi abolizionisti, quelli abolizionisti de facto e quelli in cui avvengono ancora le esecuzioni?

Il governatore della California ha rilevato una cosa che a noi importa molto, che importa a tutto il movimento abolizionista, cioè il rischio insito nella pena di morte di mettere a morte degli innocenti. Questo è solo uno dei motivi della campagna abolizionista, però non è secondario. È vero poi che la pena di morte non è un patrimonio assoluto di regimi oscurantisti, l’esempio degli Stati Uniti è quello più evidente. La settimana scorsa c’è stata la millecinquecentesima esecuzione da quando queste sono riprese nel 1977. E poi c’è un Paese che passa sempre inosservato che è il Giappone, dove ogni anno ci sono delle impiccagioni che avvengono in gran segreto, senza preavviso né per il prigioniero né per i familiari, spesso dopo decenni di attesa nel braccio della morte. Se prendiamo il mondo del cosiddetto G20, Stati Uniti e Giappone sono due eccezioni molto gravi. Però quello che va sottolineato è che la tendenza verso la abolizione è inarrestabile. Quando Amnesty International ha iniziato nel 1961 a lavorare contro la pena di morte, i Paesi che l’avevano abolita erano grossomodo lo stesso numero di quelli che oggi ancora eseguono la condanna a morte, cioè più o meno una ventina. Da allora ci sono stati enormi passi avanti: oggi abbiamo 140 Paesi che sono abolizionisti totali, abolizionisti per reati comuni, o abolizionisti di fatto. È vero che ci sono 57 Paesi che la mantengono ancora in vigore, però di questi solo una ventina ogni anno eseguono condanne a morte.

Nelle scorse settimane il caso Regeni ha ri-catturato l’attenzione mediatica a causa del brutto segnale politico della rimozione degli striscioni gialli dai balconi di alcuni municipi. Sia i precedenti governi che quello attuale hanno fatto molto poco per scoprire la verità, anche perché in Egitto abbiamo interessi energetici tutt’altro che secondari. E allora: può la presunta ragion di Stato valere la vita di un giovane ricercatore?

Per lei e per noi no, però evidentemente vale per quei tre governi che si sono susseguiti a partire dal gennaio del 2016 [mese della scomparsa di Giulio Regeni n.d.r.] nessuno dei quali ha fatto molto – per non dire nulla – per incalzare il governo egiziano a fornire i nomi, a indagare sulla catena di comando e sulle responsabilità del sequestro, della tortura e dell’uccisione di Giulio. L’unico gesto di inimicizia che è stato compiuto nel 2016 è stato quello di ritirare per un anno e tre mesi l’ambasciatore, un’iniziativa a cui però non è seguita alcuna misura di tipo economico o militare. E oltretutto quell’unica cosa fatta, nell’agosto di due anni fa è stata rimangiata, dal momento che da allora un nostro ambasciatore opera regolarmente al Cairo. Oggi le indagini sono ferme e le pressioni italiane sull’Egitto sono inesistenti: abbiamo un ambasciatore lì che fa poco o nulla, la situazione dei diritti umani in Egitto si aggrava, anche in relazione alle persone che in questi tre anni e mezzo hanno cercato di collaborare con la procura di Roma e  con l’avvocata della famiglia Regeni. In questo contesto assistiamo poi alla rimozione – da alcuni balconi dei municipi – degli striscioni gialli della campagna “verità per Giulio Regeni”. Un segnale bruttissimo per due motivi: in primo luogo perché sembra voler dire che ormai Giulio appartiene alla memoria e non più alla giustizia, e poi perché prova a far passare il messaggio all’opinione pubblica – ma secondo me non ci riesce –  che  è stata una campagna di una forza politica, e quando questa forza politica va in minoranza, gli striscioni si tolgono e finisce lì.

Un grande merito di Amnesty è quello di tenere alta l’attenzione su casi che proprio grazie al lavoro di questa ONG sono diventati di dominio pubblico e hanno toccato molto l’opinione pubblica globale: tra quelli che citerei ci sono sicuramente quello di Nasrin Sotoudeh (iraniana), quello di Raif Badawi (saudita) e quello di Asia Bibi (pakistana). Ci sono poi state altre prese di posizione molto dure e coraggiose, come la revoca della vostra più importante onorificenza ad Aung San Suu Kyi per i massacri Rohingya in Myanmar. E allora, è proprio in questo che consiste il lavoro di Amnesty: quello di informare, sensibilizzare e – parafrasando una frase di Che Guevara – spingere la collettività a sentire nel profondo ogni ingiustizia commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo?

L’obiettivo è quello. Se posso usare una metafora, la colonna sonora delle dittature o dei regimi militari è il silenzio, cioè non far sentire o sapere e Amnesty International al contrario è quella che deve far rumore, un gran fracasso perché la conoscenza dei diritti che spettano a ognuno di noi è il primo passo per poterli reclamare. Ma soprattutto perché se prendiamo consapevolezza su singole storie o persone riusciamo a sensibilizzare su tutto l’universo delle violazioni dei diritti umani. Per esempio noi abbiamo sempre detto – tornando a Giulio – che lui era uno dei tanti, che era un errore separarlo dalla situazione dei diritti umani in Egitto, e quindi anche grazie a Giulio abbiamo fatto conoscere la realtà di un Paese dove c’è una repressione molto feroce.

Ora una domanda sulla sua esperienza personale, su cosa l’ha portata a occuparsi di diritti umani.

C’è una storia specifica. Verso la fine degli anni ‘70, in America centrale era in atto una forte repressione contro uomini di chiesa e non, contro coloro che provavano a denunciare le dittature che c’erano in quel periodo. In particolare nel Salvador – e questo mi ha colpito molto –, c’era un prete [l’arcivescovo Oscar Romero n.d.r.] che come fanno oggi tanti preti antimafia qui in Italia denunciava i crimini. L’hanno ammazzato su un altare. Più in generale, bisogna ricordare che cos’era negli anni ‘80 l’Italia, c’era un’enorme violenza politica, una ideologizzazione esasperata di qualunque tema, ci si sparava gli uni contro gli altri, c’era anche una forte repressione e a me serviva qualcosa che non stesse da nessuna parte, qualcosa di pratico, di utile, un’organizzazione molto pragmatica che potesse tenere insieme persone che anziché spararsi perché la pensavano diversamente potessero avere un minimo di punto di incontro. E quindi la decisione è stata quella di scegliere qualcosa che mi sembrava potesse essere utile, e alla fine ne sono molto contento.

Un messaggio per i lettori di Sedici Pagine

Ricordare quanto siano importanti l’istruzione e la cultura in un periodo in cui la non-conoscenza e l’ignoranza producono effetti devastanti sul corpo sociale. Se non c’è cultura dei diritti, se non c’è educazione dei diritti umani, ci avviamo come corpo sociale verso un declino dove uno passa e butta lì uno slogan come “affondiamo una nave” e ottiene consenso.

 

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