Russia
Gli sconvolgimenti climatici, così come il crescente inquinamento causato dalle attività umane, hanno invaso da almeno un ventennio il dibattito interno alle nazioni occidentali, intasando ogni tipo di spazio pubblico, dai social media ai bar, giocando tuttavia il ruolo della comparsa nelle agende politiche dei governi, specialmente di quello italiano.

L’Europa, nell’era post Greta Thumberg che ci accingiamo a vivere, sta timidamente cercando di mettere qualche frettolosa pezza, adottando misure volte, ad esempio, all’eliminazione della plastica monouso e alla valorizzazione delle attività ecostenibili anche se quello che era destinato ad essere il vero cuore del piano di tutela ambientale dell’Unione, ossia la completa decarbonizzazione del continente entro il 2050, è stato trafitto dai veti di Visegard.

Non è molto ma è comunque una scintilla di speranza; fuori dal vecchio continente, infatti, imperversano ancora la disinformazione, il disinteresse, la marginalizzazione del problema ambientale ove non la sua aperta negazione.

Se si sposta l’angolo di visuale al di là delle colonne d’Ercole ci si imbatte, infatti, in una politica a stelle e strisce totalmente inerte e a tratti ostile rispetto all’adozone di provvedimenti radicali in materia di salvaguardia dell’ambiente e la situazione non migliora di certo muovendosi verso il Sud America, teatro, tra le tante scelleratezze, della rinnovata opera di deforestazione della flora amazzonica, promossa e incoraggiata dal presidente Bolsonaro.

Gli scenari non sono certamente più incoraggianti in Asia, con Cina ed India in prima fila nel contendersi il gramo scettro di avversario più temibile per il futuro sostenibile del pianeta e con una Russia intenta ad interfacciarsi con le conseguenze vistosissime ma del tutto peculiari che soprattutto il riscaldamento globale sta spiegando sul suo vasto territorio nazionale.

Secondo le stime fornite dall’Onu, infatti, il tasso di riscaldamento in Russia  si attesterebbe ad un livello pari a 2.5 volte rispetto al dato medio globale, creando così evidenti ripercussioni non soltanto localmente ma, di riflesso, sull’intero assetto planetario.

L’innalzamento delle temperature, tuttavia, non è visto come un dato tout cour preouccapante nelle valutazioni del presidente Putin ed anzi, testate come Sputnik, di dubbia affidabilità ma certamente portatrici del pensiero del leader maximo russo e delle sue schiere di accoliti e simpatizzanti, sono giunte a dichiarare apertamente come il riscaldamento globale sia in grado di produrre effetti benefici per l’economia russa.

I risvolti di maggiore interesse sono sostanzialmente due.

In primo luogo, il progressivo scioglimento del permafrost nelle sterminate lande della tundra siberiana è visto come il mezzo per attuare una miracolosa trasformazione di quella terra: da luogo inospitale, con condizioni proibitive per la sopravvivenza umana, al più grande granaio del globo.

Se infatti, l’acuirsi del riscaldamento sta generando consistenti periodi di penuria d’acqua in nazioni tradizionalmente esportatrici di cereali, come gli USA e l’Australia, la Russia gode dei riverberi del rovescio della medaglia di tale fenomeno, con conseguente invasione del mercato, soprattutto asiatico, di frumento russo, coltivato in zone impensabili fino a pochi anni fa.

I tempi sono maturi perché l’agricoltura diventi il nuovo petrolio russo?

Un tale pronostico appare ancora finitimo all’iperbole soprattutto perché, come ulteriore conseguenza dell’innalzamento delle temperature, il progressivo ritirarsi dei ghiacciai artici sta spianando la strada per lo sfruttamento di nuovi giacimenti di idrocarburi presenti nel nord della Russia che, secondo le stime, racchiude ancora un quinto del rimanente petrolio e del residuo gas presenti sulla Terra.

Considerare tali sconvolgimenti come un dato positivo, tuttavia, anche provando ad immedesimarsi nei governanti russi, immergendosi negli interessi eminentemente particolarsitici da essi propugnati, non appare pensabile.

Alle sopra descritte conseguenze favorevoli si accompagnano infatti ulteriori effetti di segno opposto che vanno dalla rottura di delicati ecosistemi, già duramente segnati dal pesante intervento dell’uomo, sino al risveglio di germi sopiti sotto la coltre di ghiaccio siberiana.

L’errore di fondo risiede, tuttavia, nel ritenere le trasformazioni ambientali di un territorio operanti esclusivamente all’interno di esso, dimenticando che la geografia politica è composta da tratti meramente virtuali apposti dall’uomo sulla cartina geografica, idonei a definire i confini degli Stati ma del tutto insignificanti agli occhi della natura.

Gli sconvolgimenti climatici generano disagi, carestie e malessere diffuso, che a loro volta generano dissidi, guerre civili e lotte per il controllo delle risorse, idonee a loro volta a dar luogo a migrazioni di massa e ad altre conseguenze soltanto ipotizzabili che devono allertare tutte le nazioni del mondo, orientandone le scelte.

Nessuno può chiamarsi fuori dall’impegno ambientale, neppure la Russia, poiché la posta in gioco è la sopravvivenza stessa del pianeta.

 

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