Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino” scriveva Montale in una sua poesia. E come per le grandi storie d’amore giunte al termine, anche la dipartita del governo gialloverde lascia un vuoto.

L’operazione a cui si è assistito in questo “anno bellissimo” non ha portato a grandi risultati. Un significante vuoto che ha funzionato proprio perché tale, capace di assolutizzare rivendicazioni di un qualche parziale soggetto, per attribuirlo alla totalità del popolo. Si è dimenticato – o finto di dimenticare – che si è in presenza di una società molto più frammentata, portatrice di bisogni complessi ed eterogenei, e per questo meno malleabile rispetto ai grandi contenitori e alle grande categorie. Un – discutibile – processo di omologazione tanto dei temi quanto degli stessi politici, spesso politicanti. Un’uniformazione che ha reso l’élite uscente e i cittadini più simili nei vizi, nell’irresponsabilità e nella violenza, e ha fatto di questi una seconda pelle. La stessa pelle che Giacobbe indossò per tradire Esaù.

Mettendo da parte tutte le quisquilie di palazzo, i colpi di Stato, le cospirazioni di Bruxelles e i rettiliani, si sta giungendo – dopo lunghi giorni di agonia – alla formazione di questa nuova coalizione che vede protagonisti il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle. Eppure alla vigilia di un nuovo governo la rivendicazione quasi unanime che si leva dal basso ha a che fare con la legittimità di questa scelta. L’insieme degli elettori fomentati dall’estrema destra è stata ‘educata’ a vedere le norme giuridiche come in contrasto con le loro stesse speranze, paure  e preoccupazioni. E mentre la maggior parte denuncia una mancanza di legittimazione, i restanti gridano al cortocircuito dei meccanismi di rappresentanza.

È in atto nel XXI secolo una protesta sorda, rancorosa, (ri-)vendicativa, in cui la forma diventa l’oggetto, il cui unico scopo è la messa alla gogna di quei politici chiamati a rendere conto delle loro azioni. Non è all’istituzione che si guarda, ma alla derisione di chi lo rappresenta. Bauman probabilmente parlerebbe di un potere liquido che ha riportato al centro un individualismo accentuato, il quale ha minato le basi della società, rendendola fragile. Un potere che però, a guardarlo bene, sembrerebbe allo stato gassoso più che liquido, capace di rendere chi lo maneggia tanto onnipresente quanto straniero rispetto al mondo che vuole rappresentare. E se è vero che si è stati spesso in presenza di politici socialmente irresponsabili e separati dal corpo elettorale, non può il senso di impotenza essere il motore trainante della società. Perché non può e non deve essere la frustrazione a rappresentare –  o addirittura mobilitare – tutti quei ragazzi che sono alla ricerca del proprio posto nel mondo.

«Perché a loro sì e a me no?». È questo il grido che non ammette repliche tanto nelle discussioni con i più piccoli, che in quelle tra adulti. Infiniti micro-conflitti territoriali che hanno fatto da roccaforte, certezza in cui rifugiarsi, ogni qualvolta è stata tentata una soluzione ragionevole alle tante emergenze sociali: il problema dei terremotati, l’aiuto allo studio per i meno abbienti, il sostegno al reddito, la bonifica non distruttiva dei campi nomadi, il sostegno ai migranti. Destinatario di quel cocktail fatale di presunzione e invidia, mista a vendetta, è un inferiore, inteso come qualcuno che ha oggettivamente di meno. Il sociologo e politologo Marco Revelli fa notare come siamo passati dalla tradizionale lotta verticale alto/basso a una logica orizzontale in cui a scontrarsi tra loro sono gli indigenti. Un conflitto che vede gli ‘ultimi’ contro i ‘penultimi’, la cui (mutilata) vittoria consiste nell’impedire il vantaggio altrui e non assicurarsene uno per se  stessi. Una battaglia senza esclusione di colpi in cui vince chi resta a galla.

Bloccare questa spirale di invidia e rancore non è semplice soprattutto quando negli ultimi 14 mesi si sono sacrificate sanità ed istruzione (un taglio di circa 4 miliardi) per finanziare manovre di invecchiamento della società. L’abbattimento della sanità pubblica che consente a chiunque – immigrati compresi – il diritto alla cura, ha più potenza emotiva della solidarietà.

Svecchiamento della società, creazione di posti di lavoro, supporto ai quartieri poveri non generano di certo il senso di calore emanato dal – distorto – meccanismo di inclusione/esclusione. Un meccanismo che genera contrapposizioni artificiose sull’ondata di uno pseudo-identitarismo esasperato, quasi morboso, che contrappone il ‘Noi’ –  i buoni, il popolo eletto, che poi è tale solo finché segue il capo, altrimenti non solo non è più eletto, ma non è più nemmeno popolo –  e ‘Loro’ –  ossia chiunque, per una qualsiasi ragione, sia diverso nella realtà o nella percezione, con quest’ultima a contare oramai sempre più della prima. Un Paese in cui una parte consistente della popolazione smette di considerare il diritto alla vita come a tutti garantito, finisce inevitabilmente per accettare quello scambio disuguale tra chi è costretto a chiedere protezione e chi in cambio chiederà fedeltà.

La giostra che ha messo a repentaglio la nostra libertà sembra aver chiuso i battenti. Quanto gli alleati pentastellati abbiano imparato da questa mistica esperienza di governo non è dato saperlo, quel che è certo è la necessità di ripensare e di ripartire. Ripensare la politica. Ripartire da noi.

 

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