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Elezioni Israele: perché la “fine” di Netanyahu dice tanto su come nasce, cresce e muore il sovranismo

By Settembre 18, 2019 No Comments

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu è stato per molti versi l’antesignano del sovranismo che oggi avanza in ogni continente. Ne è convinto Ugo Tramballi, editorialista del Sole24Ore e Senior Advisor dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI). A ben vedere, in effetti, l’ultra-decennale permanenza al potere di Bibi – come spesso viene chiamato Netanyahu – sembra essere puntellata da alcuni elementi che oggi non esiteremmo a definire “sovranisti”. Primo tra tutti l’affermazione, quasi ossessiva, del tema della sicurezza.

Sin dal primo mandato da premier dello Stato Ebraico – era il 1996 – Netanyahu ha posto la sicurezza in cima alla sua agenda propagandistica e operativa. Quella che ereditava, all’epoca, era la guida di uno d’Israele da poco firmatario degli accordi di Oslo, con Yitzhak Rabin e Shimon Peres alla guida del processo negoziale. Il mondo, e Washington in particolare, si aspettava che il neo-eletto premier israeliano mantenesse la linea di distensione verso i palestinesi e di rispetto degli accordi per la soluzione dei due Stati. Ma tutti, e in particolare la Casa Bianca, dovettero ricredersi dopo pochissimo tempo.

Netanyahu: sovranista ante litteram

“Chi c… si crede di essere quello? Chi è qui la fottuta superpotenza?”. Sono parole dell’allora presidente americano Bill Clinton, pronunciate rabbiosamente dopo il primo incontro nello studio ovale col giovane Bibi. Questi, anzichè confermare l’adesione di Tel Aviv agli accordi di Oslo, tirò giù una lectio magistralis sulla storia ebraica. In un lungo discorso che legava con un filo diretto la Shoah alla minaccia araba che costantemente incombe su Israele.

Da allora, nel linguaggio e nella politica di Bibi le cose non sono molto cambiate, sebbene sia stato necessario arrivare al 2009 per rivedere Netanyahu alla guida del governo israeliano. La retorica della sicurezza, lo spauracchio di nemici esterni pronti a colpire Israele, la diffusa logica del sospetto verso la “minaccia demografica” rappresentata dagli arabi israeliani: sono stati tutti tratti distintivi della traiettoria  e del successo politico di Netanyahu nell’ultimo decennio.

Il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e Yasser Arafat alla cerimonia della firma degli accordi di Oslo il 13 settembre 1993

Questi aspetti, per tornare alla prospettiva suggerita da Tramballi, sembrano coincidere in effetti con gli elementi che oggi costituiscono il successo del sovranismo in Europa come negli Stati Uniti. Un mix letale tra stimolazione della paura e insistenza sulla necessità di maggiore “sicurezza”. Il timore, per lo più infondato, di una “invasione” di migranti è stato la chiave del successo di Donald Trump alla Casa Bianca, del nostro Matteo Salvini alle elezioni italiane del 2018, del consenso granitico di Viktor Orban in Ungheria e dell’apprezzamento – crescente – dell’estrema destra in Germania e altrove in Europa. Bibi Netanyahu, però, masticava questi argomenti molto prima  che diventassero mainstream anche dalle nostre parti. Non è dato sapere, per fortuna, se l’affermazione dei sovranismi in Occidente è destinata a durare quanto il consenso del premier israeliano.

Come tramonta un sovranista

Ma il dato interessante è un altro. La “fine” di Bibi, infatti, può fornire qualche spunto interessante per capire non solo il modo in cui il sovranismo nasce e prospera, ma anche il modo in cui muore. Forse.  Sta di fatto che qualcosa si è incrinato nella duratura luna di miele tra Bibi e il suo paese. Israele, infatti, è tornato alle urne il 17 settembre dopo che, ad aprile, il Likud di Netanyahu non era riuscito a formare una coalizione dotata dei numeri per governare. Stando ai risultati della seconda tornata elettorale, però, la situazione non sembra cambiata di molto. Il partito di Bibi ha ottenuto 31 seggi (per avere la maggioranza ne servono 61) in un testa a testa serrato con il partito centrista Kahol Lavan (32 seggi) fondato dall’ex capo di stato maggiore Benny Gantz.

Insomma, la magia si è interrotta: agitare lo spettro della minaccia esterna – Iran, Hamas, Hezbollah – questa volta non ha ripagato Netanyahu. Come si spiega questo fenomeno? Occorre sottolineare che a società israeliana si presenta complessa e stratificata, difficile da inquadrare in tendenze elettorali ben definite. E’ probabile che ad ostacolare l’ennesimo successo di Bibi alle elezioni abbia contribuito molto la figura di Gantz. Un altro “security man”, impossibile da liquidare con le accuse di “buonismo” spesso mosse alla sinistra israeliana (linguaggio molto familiare per noi italiani, ndr).

Promesse difficili e alleanze deboli

Non è da escludere, inoltre, che il popolo israeliano abbia iniziato a credere meno alle mirabolanti promesse e slogan puntualmente agitati dall’animale politico israeliano a ridosso delle elezioni. Prima del 17, ad esempio, Netanyahu aveva promesso – in caso di un suo successo alle urne – di annettere a Israele la Valle del Giordano e il nord del Mar Morto. Si tratta di una zona già costellata di insediamenti israeliani ma facente parte dei territori palestinesi. In un’altra era politica, forse, un’ipotesi del genere avrebbe sortito un successo decisamente maggiore. Oggi invece suona vecchia, stantia, probabilmente irrealizzabile. Netanyahu, infatti, negli ultimi due anni ha già ottenuto dagli Stati Uniti il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e del Golan come parte della sovranità dello Stato ebraico. Annettere manu militari territori palestinesi, in spregio al diritto internazionale, sarebbe stato troppo. Forse.

Benjamin Netanyahu e Avigdor Liberman

Sicuramente è stato determinante anche il mutato quadro politico israeliano. Specialmente dopo il divorzio tra il Likud di Bibi e il partito di destra Yisrael Beiteinu di Avigdor Liberman, ministro della Difesa nell’ultimo governo di coalizione guidato da Netanyahu. Abile uomo politico, convinto sostenitore del servizio militare obbligatorio anche per gli ebrei haredim (detti erroneamente “ultraortodossi”), Liberman potrebbe essere il vero ago della bilancia per un futuro governo Likud-Yisrael Beiteinu-Kahol Lavan. Un esecutivo di unità nazionale che, però, potrebbe avere un prezzo altissimo: la testa di Netanyahu.

Personalizzazione e polarizzazione: il destino di Netanyahu

Questa prospettiva spiega l’ultimo e forse più grave errore del sovranismo in salsa Bibi: la personalizzazione della politica, da cui deriva la trasformazione delle elezioni in un referendum sulla persona di Netanyahu, più che una valutazione di partiti e rispettivi programmi. D’altronde tutti i leader sovranisti sono così: battitori liberi, leader, uomini che in un modo o nell’altro finiscono per polarizzare il dibattito, dividendo il popolo non in elettori di destra o di sinistra, ma in coloro che amano o odiano il capo carismatico in questione. Tuttavia, la storia lo insegna, quello per “l’uomo forte” può talvolta essere un amore duraturo, ma destinato prima o poi ad esaurirsi.

Qualora Liberman e Gantz riescano a tirar dentro il Likud in una coalizione senza di lui, il premier dimissionario scoprirà a sue spese che in una democrazia parlamentare – come quella israeliana – i partiti possono benissimo sacrificare il leader che li ha guidati sinora e con successo. Anche se si chiama Benjamin Netanyahu.

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