‘Se al mattino ti svegli e non ti rivolgi al mondo con lo stesso atteggiamento che aveva Cristo, non potrai mai essere un buon cattolico. E neanche un buon comunista!’: intervista a Sergio Staino

Dice di coltivare quotidianamente l’arte del dubbio Sergio Staino, eppure sulla figura di Gesù – da ateo – sembra non avere dubbi. Nei giorni scorsi, durante la terza edizione del Liber Festival, Staino è partito dal suo ultimo libro Hello, Jesus!, per raccontare la sua storia di vignettista, pensatore libero di sinistra e uomo capace di trasformare i suoi limiti – è oramai cieco – nella sua forza. Prima di concedersi al pubblico… si è concesso a noi!

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Nelle sue vignette di Hello, Jesus! i personaggi non sembrano fare molto caso al messaggio di pace e fratellanza di Gesù, né alla sua smisurata bontà. Crede che se Cristo in carne ed ossa camminasse in mezzo a noi verrebbe ignorato allo stesso modo? Oppure sarebbe messo alla gogna pubblica ed etichettato come ‘buonista’? Non crede forse che il vocabolo ‘buonista’ sia una parola alibi, usata per negare la possibilità stessa che qualcuno sia buono e voglia impegnarsi per un mondo con meno ingiustizie?

Sì, credo che con tutta probabilità sarebbe etichettato come ‘buonista’. Finché si cammina per la strada e ci si limita ad una presenza docile, può andare anche bene; se però si cerca di intervenire su qualche ingiustizia, ecco che l’accusa di buonismo arriva subito. Mi fa piacere che tu abbia usato questa parola, perché la troverai qua e là nella storia del mio libro che uscirà in primavera, intitolato ‘Quell’idiota di Bobo, manuale in difesa del politico’. Credo che oggi sia molto importante riportare al centro la figura di Gesù, e lo dico da ateo. Camillo Prampolini (politico socialista italiano dell’ottocento ndr) aveva elaborato una teoria secondo cui Gesù sarebbe stato il primo dei socialisti: se al mattino ti svegli e non ti rivolgi al mondo con lo stesso atteggiamento che aveva Cristo – cioè di bontà, di voglia fare del bene, di positività –, non potrai mai essere un buon cattolico. E neanche un buon comunista! Se ci rifletti, la base è la stessa. Poi le strade sono diverse: una è più materiale, più politica, perché prevede la scelta degli uomini migliori per governare; l’altra lavora su una matrice mistica, sul teologico. Però nella pratica è lo stesso. Sono stato molto amico di Padre Ernesto Balducci, e lui mi diceva: ‘Ma quale ateo? Te sei più credente di tutti noi!’. E io dicevo: ‘Guarda Ernesto, finiscila! Il vostro ecumenismo abbraccia tutti, ma io non ci sto: io non riesco a pensare che ci sia qualcosa nell’aldilà.’ Ecco, io non posso pensare al Signore seriamente, ma quando ci penso mi domando perché non abbia fatto me sordo e Beethoven cieco.

‘Se ai miei tempi ci fosse stata la democrazia parlamentare…  mi dispiace per Barabba, ma io sarei rimasto vivo’ dice il suo Jesus, rivolgendosi a Peter. Non ha l’impressione che la nostra società si stia sempre più allontanando dalla democrazia rappresentativa per aderire invece alla democrazia plebiscitaria, come nel caso della scelta tra Gesù e Barabba?

Purtroppo è stato il grande problema di questi ultimi dieci anni. In realtà questo raccoglimento sotto la parola ‘populismo’, è iniziato prima di Grillo e prima ancora di Salvini. È partito anche da noi della sinistra, da noi del Partito Comunista Italiano, quando abbiamo cominciato ad utilizzare formule quasi aggressive nei confronti di chi non la pensava come noi. Sto pensando per esempio alle monetine lanciate a Craxi, o all’eccessiva adesione alle teorie dei magistrati dimenticando il garantismo, e così via. Stesso discorso vale anche per l’accoglienza: molti di noi – soprattutto della base del PCI – hanno accolto con piacere Travaglio e quelli intorno a lui, tutte figure anti-buonista. E così è nata la figura di Grillo e tutto quello che già sappiamo.

Vien facile pensare alla piattaforma Rousseau e a tutte quelle forme di democrazia diretta che si scontrano con il nostro Stato liberale. Oggi si sente spesso parlare di ‘sovranità popolare’, come se il consenso elettorale potesse delegittimare il potere giudiziario. Potremmo in questo caso ancora parlare di democrazia? Probabilmente il consenso e l’aggressività hanno un potere attrattivo più forte della libertà e del rispetto.

Assolutamente! E ti dirò di più, io sono commosso dal movimento delle Sardine. Perché grazie a loro è la prima volta che si è scesi in piazza senza urlare ‘vaffanculo’. Mentre prima si scendeva in piazza solo per offendere, ora invece – dopo tanto tanto tempo – c’è un movimento popolare di società civile che non usa l’odio e la violenza per scardinare il sistema democratico, ma al contrario rivendica il diritto alla bontà, all’attenzione, alla cultura, all’altruismo. C’è un movimento pronto a rinnovare quelli che rimangono i pilastri fondamentali della nostra Repubblica: la nostra Costituzione e la nostra democrazia liberale.

Tra le difficoltà a cui la satira deve far fronte (visto il suo carattere intrinseco di derisione) vi è sicuramente l’idealizzazione – e negli ultimi giorni anche ‘pontificazione’ – dei leader politici. Ma in un periodo storico come il nostro, in cui il politicamente corretto è utilizzato come una clava tanto da destra quanto da sinistra, in che misura la satira convoglia ancora il suo messaggio?

Non credo che la satira debba essere pregiudizialmente politicamente scorretta. Certo, ha una serie di possibilità che un’informazione più tradizionale non ha: non si può giocare molto sul doppio senso, sull’allusione; ma mai deve agire in chiave politicamente scorretta. Credo che si possa parlare di politicamente scorretto quando si dimentica la politica e si attacca la persona in quanto tale. Io non ho mai fatto vignette sui difetti fisici né sulle vicende personali dei politici. Certo, se si decide di mettere la famiglia in gioco pubblicamente, hai il diritto di far satira. Una delle mie caratteristiche è proprio quella di non essere mai feroce, anche quando sono particolarmente duro nelle critiche. Ci deve essere un filo non di bontà, ma di rispetto. Se io dovessi scegliere tra fucilare Salvini o redimerlo, a me piacerebbe tanto redimerlo.  Mi dispiacerebbe fucilarlo. Ci sono persone che votano Salvini, ci sono persone che votano il – per me orrido – partito di Giorgia Meloni, ma sono persone brave. Bisogna tenere conto di questo e chiedersi perché trovano coerente – brave come sono – votare il loro partito e non il mio. Allora comincio a capire qualcosa di loro, ma soprattutto questo sottintende che ci sia dialogo e non chiusura. Ed è la cosa che prima abbiamo sempre fatto: nella Resistenza se non ci fosse stato il dialogo tra le diverse forze avrebbero vinto il fascismo o il nazismo. Ci sono tante convinzioni, tante giuste e tante sbagliate – come può esserlo la mia –, ma tu devi sempre avere il dubbio in mano. La satira infatti è una seminatrice di dubbi, e allora qualcuno può dire: ‘Mi destabilizza’. E invece no: perché se l’equilibrio è sano, la satira aiuta con i suoi dubbi a riconoscere la giustezza di quel pensiero. L’equilibrio manca lì dove esistono esattezze false. Ecco che la satira assolve al suo compito intervenendo proprio laddove vi sono certezze definitive la satira dice: ‘No guarda lì c’è del marcio’, e lo dice in maniera divertente.

“Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri” affermava Gramsci, fondatore del L’Unità, giornale di cui è stato direttore. Crede che stiamo attraversando questo chiaroscuro? Se sì, quando comparirà questo nuovo mondo?

Che domande ‘semplici’ che mi fa questa signorina! Questo mondo nuovo lo speravamo molto vicino tanti anni fa, ma abbiamo fatto molti errori storicamente, tutta la sinistra li ha fatti. A partire da Engels (Friedrich, filosofo tedesco dell’ottocento ndr) quando teorizzò ‘la dittatura del proletariato’ come metodo per raggiungere più velocemente questo mondo nuovo. In realtà, la dittatura del proletariato ha costruito mostri addirittura peggiori di quelli che voleva combattere. Oggi giorno abbiamo rifiutato tutto questo armamentario, abbiamo rifiutato – con dispiacere – tutta una serie di cose e ci troviamo in difficoltà a usare la parola ‘comunismo’.  Sempre che si precisi che del comunismo teniamo una serie di valori utopici e comportamentali di altruismo; ma se pensassimo alle strutture realizzate dal comunismo, non mi ci ritrovo assolutamente. Credo che dobbiamo molta umiltà e con molta pazienza difendere le strutture più avanzate della democrazia. Augurarmi di poter lasciare ai miei nipoti un’Italia, un’Europa, un mondo ancora sostanzialmente democratico – in senso di social-democratico – è già molto, perché i pericoli che vediamo intorno sono ancora maggiori del passato. Abbiamo veramente delle potenze illiberali che rischiano di farci tornare indietro e sarebbe la prima volta nel mondo. Non siamo mai tornati indietro, ma con l’armamento che c’è in giro forse sì.

Quale impatto crede che abbiano eventi come il Liber Festival sul territorio?

Ah, siete la speranza… Dovremmo fare Liber Festival da tutte le parti! Credo che l’elemento culturale sia la cosa fondamentale: la stupidità trionfa laddove manca la cultura. Le persone che abbiamo oggi al governo, non faccio nomi – ma insomma tutti ci possiamo arrivare –, possono essere riconosciute come dirigenti solo dell’ignoranza.

 

Articolo pubblicato su Free

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